Biblioteca di moltrasio







STUDI DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI MOLTRASIO
2 (2002), pp.4-21

Giorgio Castiglioni

 

 

SULLE TRACCE DEL SERPENTE CON LE ZAMPE

 

 

LA "SERPENTANA" DI CARLO AMORETTI
In una prefazione alla quarta edizione (1814) del suo Viaggio da Milano ai tre laghi, Carlo Amoretti scriveva che aveva preferito pubblicare il suo libro in tirature limitate "per avere di tempo in tempo occasione di supplire ai difetti delle edizioni precedenti, emendare gli errori, aggiungere le acquistate notizie [...]" in nuove edizioni[1].Una novità di questa quarta edizione erano le notizie su un misterioso animale di cui Amoretti aveva sentito parlare.Si è creduta sin qui favolosa l'esistenza e la storia di lucertoni alpigiani, lunghi due e più metri, benché descrittici e disegnatici da vari autori, e specialmente dallo Scheutzero. Ma alcune ricerche da me ultimamente fatte m'hanno dimostrato che sì  fatti animali, della specie degl'Iguani, esistono tuttavia ne' nostri monti, ove non di rado sono uccisi o gravemente feriti; e rare ne sono le spoglie, perché essendo essi riputati velenosi con lo sguardo, coll'alito e col puzzo, nessuno osa toccarli, e si lasciano in preda agli animali carnivori e agl'insetti entro i burroni e le grotte, nelle quali per vecchiaia o per ferite muoiono. Questi lucertoni vengono a deporre le uova nell'arena presso i laghi nel maggio. Essi sono innocui, se non che furtivamente succhiano le vacche; e potrebbono qui, come gl'Iguani in America, somministrare un ottimo cibo[2].
L'interesse di Amoretti per i "lucertoni" dei monti appare anche in una lettera del 1815 nella quale scriveva:
Ci destammo al mattino del giorno 11, e fatta colazione, giacché avevamo destinato di non allontanarci, con due soli barcaiuoli ci avviamo a Bellagio. Cammin facendo parlammo con essi del serpente che succhia le vacche. Essi per molti racconti di persone degne di fede, sen mostrano persuasissimi, chiamandolo Serpentana[3], a cui ora due piedi attribuiscono ed ora quattro: e poiché io avea promesso, e promisi pur loro, un Luigi se vivo o morto il portavano al mentovato Fattore Laveno, mi faceva sperare che nel seguente anno l'avrei[4].
Tornando al testo del Viaggio, un'altra notizia sul misterioso rettile era segnalata per una località svizzera:
Presso Ronco, v'è un paesuccio, detto Moscia, ove fu ucciso un Iguano, o sia un enorme lucertone, nel maggio del 1811 dal sig. Priore Berni d'Ascona. Di quest'animale riparlerò alla fine del Capo XVIII[5].

LA "SERPENTANA" E I COCCODRILLI NELLE CHIESE

All'interno del Sacro Monte di Varese, un tempo, era appeso un coccodrillo. In un libro del XVIII secolo sul santuario leggiamo:
Quivi sospeso in alto si ammira il Lucertolone famoso; cioè il cuojo squammoso di un mostro terribile; il quale nacque ne' prossimi laghetti palustri, e melmosi. Egli è di lunghezza sette cubiti, vestito di grosse squamme cerulee, con quattro piedi corti, e ritorti a modo di Lucerta, con ceffo e codazzo da Coccodrillo[6].
Il coccodrillo rimase "sotto la galleria antistante alla porta orientale [...] fino al 1902, anno in cui fu costruito il Museo del Santuario, nel quale attualmente si trova"[7]. Poiché il rettile imbalsamato andava disfacendosi, fu svuotato e la pelle, arrotolata, fu riposta in una teca di vetro nel museo. "Un cartello posto accanto alla teca spiega che la bestia venne catturata durante il Settecento nella vicina Svizzera (Canton Ticino), e portata nel Santuario come ringraziamento alla Madonna dello scampato pericolo."[8]
Per quanto tale presenza possa sembrare curiosa, il Sacro Monte di Varese non è l'unico caso di edificio religioso che ospita (o ospitava) un coccodrillo imbalsamato. Umberto Cordier, nella sua documentatissima Guida ai luoghi misteriosi d'Italia, ne cita la presenza nei santuari di Santa Maria di Montallegro a Rapallo, della Madonna delle Grazie di Curtatone (in provincia di Mantova), di Santa Maria Annunciata di Campolongo a Ponte Nossa (Bergamo), di Santa Maria della Pace di Verona e di Santa Maria delle Vergini di Macerata e nella farmacia del monastero di Camaldoli (Arezzo)[9].
Anche a Como c'era una chiesa in cui si trovava uno di questi rettili. Un tempo si poteva infatti ammirare nella "chiesa suburbana di S. Marta un grosso cocodrillo che, ad edificazione dei fedeli, rappresentava dalla volta il drago dalla suddetta Santa schiacciato, talché il popolo l'appellava il lucertone di S. Marta. Quel cocodrillo fu depositato nella Biblioteca comunale, d'onde passò al Museo di Storia naturale" del liceo classico[10]. La vittoria di santa Marta sul dragone era ricordata anche nel Laudario dei disciplinati di santa Maria di Como[11]. Nel XVI secolo, la chiesa di Santa Marta aveva un'"imagine di dracone" che veniva portata in processione mentre un bambino rappresentava santa Marta. Tale uso fu vietato nel 1578 da Giovanni Francesco Bonomi, vescovo di Vercelli, che in quell'anno percorse la diocesi di Como come visitatore apostolico[12].
Per quanto riguarda il Sacro Monte di Varese, secondo una leggenda, "Da molto tempo i pastori di Breno si erano accorti di un fatto straordinario. Quando si recavano a mungere le mucche la mattina, le trovavano con le mammelle flosce, col pelo irto e gli occhi spaventati." Uno dei pastori vide infine "una specie di serpente lungo circa due metri, cogli occhi di fuoco, le fauci spalancate, la lingua bifida e un'enorme cresta rossa sulla testa". Ma l'animale, anche se ormai scoperto, "continuò tranquillamente a poppare le mucche, infischiandosi di tutti".  Gli abitanti decisero allora "di fare voto alla Madonna, affinché li liberasse dal mostro, e di compiere ogni anno un pellegrinaggio a piedi fino al Santuario del Sacro Monte sopra Varese. [...] La Madonna fece la grazia e il mostro non si vide più"[13].
Amoretti non poteva certo dimenticare di dedicare qualche riga del suo libro al rettile del santuario:
Vuolsi [...] che quel animale, della cui spoglia or v'è appena un resto, e che fu certamente un coccodrillo, fosse un lucertone che vivesse in una valle presso il Lago Maggiore. Di questo però non v'è, per quanto io so, nessuna notizia contemporanea, se non che gli abitanti della valle di Dumenza fra 'l C[e]resio e 'l Lario, persuasi d'essere stati liberati liberati per intercessione della B.V. dal danno che sì fatto animale recava alle lore mandre, offrono tuttavia annualmente de' formaggi in dono a quel Santuario [...].
In una nota proponeva un collegamento tra il coccodrillo del Sacro Monte e il "lucertone alpigiano" cui tanto si era appassionato avanzando l'ipotesi che
Forse un animale del genere delle lucerte, analogo all'Iguana, di cui si parla in questo libro al Capo XVIII, recava il danno ai pastori, succhiando le vacche; e alla spoglia di quello che aver non si potè, fu sostituita quella del coccodrillo[14].

LA "TETTA-VACC" DI GEORG LEONHARDI

Qualche decennio dopo le ricerche di Amoretti sul "serpente che succhia le vacche", lo svizzero Georg Leonhardi riportò in un suo libro ciò che in Alto Lago si diceva a proposito di un animale chiamato "tetta-vacc", la cui descrizione coincide con quella della "serpentana" dell'autore del Viaggio da Milano ai tre laghi.

I Garzenati raccontano diverse storie di lucertoloni lunghi fino a 7 piedi, il cui sguardo e alito sarebbero velenosi. Questi scendono dalla montagna alla riva del lago a deporvi le uova, vanno quatto quatto nelle stalle a succhiare le vacche (perciò sono chiamati tetta-vacc), ecc. Una bestia di questo genere fu ancora veduta a Garzeno nel 1849. Due donne ne videro una anche a Rezzonico, grossa come un capretto. V'ha evidentemente alcunché di mitico in questi animali[15].

STRANI RETTILI LARIANI
Di Amoretti e dei suoi lucertoloni si ricordò l'autore di un articolo sulle credenze popolari della Vallassina pubblicato dal quotidiano comasco "L'Ordine" nel 1970:
Vecchi contadini dei nostri paesi, ancor oggi affermano e giurano con grande sicurezza che mentre si son trovati un tempo nei campi a tagliare l'erba, hanno visto improvvisamente davanti degli orribili serpenti, con cresta, due teste o due code.
In effetti verso il 1800 lo studioso Amoretti, compiendo delle ricerche scientifiche nella zona è giunto alla conclusione che esistevano allora sui nostri monti animali della specie degli iguana. Qualcosa di vero in effetti avrebbe potuto esserci e ciò è dimostrato dal fatto che un esemplare di una specie affina [sic] alla sopra citata è stato ucciso nel 1942 in provincia di Reggio Emilia. Da notare che un rettile simile era ritenuto inesistente in Europa e misurava m. 1,25 di lunghezza e cm. 12 di circonferenza; presentava una testa simile ai viperidi, non velenoso di età ultra centenaria.[16]
Una notizia su uno strano rettile trovato nel territorio lariano era stata pubblicata sullo stesso giornale agli inizi del secolo. Al resoconto del morso di una vipera (fortunatamente senza esito letale), si aggiungevano queste righe: "In fatto di rettili poi mi piace notare come l'altro giorno sui monti di Lezzeno ne venne ucciso uno veramente mostruoso del peso accertato di tre chilogrammi, che, per la sua forma più che strana, non si saprebbe a quale specie ascrivere"[17]. E' un peccato che, di un animale così particolare, non sia stata data almeno una descrizione approssimativa.
I lucertoloni di Amoretti e Leonhardi potevano causare malesseri con la semplice loro presenza (erano, come si è visto, ritenuti "velenosi con lo sguardo, coll'alito e col puzzo"). Qualcosa di simile avviene anche in due curiosi episodi che mi sono stati raccontati.
Una donna di Pigra che era andata a raccogliere fieno si sentì ad un tratto stranamente debole, come se le fossero state sottratte le forze, e scoprì poi la causa di questa spossatezza: nel suo campàsc (un tipo di gerla) era entrato un gal basaresc-ch[18].
A Moltrasio, qualche decennio fa, fu uccisa u
na sirena. Il lunghissimo serpente ("teneva via tutta la strada"), poi venduto per cinque lire ad un farmacista, "fu portato a casa di chi l'aveva preso e provocò il vomito ai presenti"[19]. 

LUCERTOLONI E SERPENTI CON LE ZAMPE
Amoretti e Leonhardi non sono comunque gli unici, né i primi, ad aver sentito parlare della presenza di grossi sauri lungo l'arco alpino.
Voci su enormi lucertole erano già state segnalate, peraltro con un certo scetticismo, nella monumentale opera di Conrad Gesner (XVI secolo):
Io stesso ho sentito dire che in quella regione dell'Italia o Gallia Cisalpina che chiamano Piemonte si trovano sui monti delle enormi lucertole, grosse all'incirca come cuccioli di cane, i cui escrementi sono raccolti dagli abitanti: che però le cose stiano realmente così non lo affermerò finché non sia testimoniato da persona attendibile.[20]
In un'opera pubblicata nel 1689 "ove fra molte favole si possono ripescare ottime notizie", Janez Vajkard Valvasor (o Johann Weichard Valvasor, se si preferisce la versione tedesca del nome a quella slovena), scriveva "che poco lungi dal castello di Stroblhoff (a due miglia italiane da Lubiana e all'occidente di questa città) avvi entro la selva una freddissima acqua sorgente ove a ricordo d'uomini furono veduti grandi serpenti con quattro zampe"[21]. In questo caso, il naturalista Giovanni Battista Brocchi, che citò questo passo nelle sue Osservazioni naturali sulle spelonche di Adelberg in Carniola, ritenne di poter identificare il serpente con le zampe con un animale esistente e conosciuto dalla scienza, il proteo (Proteus anguinus):
Tale appunto è la sembianza del proteo contraddistinto perciò dai naturalisti con l'epiteto di anguino[22]; che se facesse ostacolo l'epiteto di grandi apposto a quegli animali deesi considerare che il Valvasor, uomo esso stesso inclinato al mirabile, narrava un fatto di molti anni addietro che, come suole d'ordinario accadere, passando di
bocca in bocca sarà stato senza scrupolo in qualche sua circostanza esagerato.[23]
Piogge particolarmente abbondanti potevano far uscire l'acqua dalle grotte sotterranee e, con essa, qualche esemplare di proteo. I contadini vedendo questi animaletti, rosei e senza occhi visibili, li reputavano cuccioli di drago da poco partoriti[24].
Luigi Bossi, in un suo libretto sugli "animali creduti favolosi" ricorda come Cardano scrisse che "un Ciarlatano avea un serpente trovato fra le rovine di una Casa diroccata in Milano, e che questo avea il capo grosso quanto un uovo, e lo indica per un Basilisco, se non che gli attribuisce due piedi, e gambe brevissime, e dice, ch’egli ne ritenne presso di se la bocca, forse le mascelle armate di denti"[25].
Amoretti, come si è visto sopra, citava lo "Scheutzero", ovvero Johann Jakob Scheuchzer (1672 - 1733), naturalista di Zurigo, oggi noto soprattutto per uno dei più famosi svarioni della storia della paleontologia, l'aver attribuito, cioè, ad un "uomo testimone del diluvio" (universale) uno scheletro che in realtà apparteneva, come fece notare Cuvier, ad una grossa salamandra preistorica[26].
In un suo libro pubblicato a Leida nel 1723, Scheuchzer aveva delineato una storia dei draghi svizzeri[27]. I "draghi" descritti sono alquanto diversi tra loro. Possono avere quattro zampe o solo due, o non averne affatto, possono o meno avere le ali, e così via. Al termine della sua rassegna, lo stesso Scheuchzer afferma che "non sono tutti di un'unica specie"[28]. Qualche somiglianza con la "serpentana" di Amoretti può essere rintracciata nella bestia che un tale Johann Bueler disse di aver visto, di grandi dimensioni e dotata di quattro zampe non molto lunghe o in quella seguente che, secondo la testimonianza di un certo Kaspar Gilg, era lunga quattro piedi ed aveva quattro zampe lunghe all'incirca due dita. Di queste due creature (e di altri nove "draghi") il libro di Scheuchzer offre anche un'illustrazione[29]. Qualche pagina dopo, l'autore annotava che, secondo quello che riferiva il pastore protestante Heinrich Tschudi, nel pascolo alpino di Rossmalt, presso Glarona, viveva un genere di grosse lucertole (Lacertarum quoddam genus magnum). Di questi lucertoloni sarebbero anche state studiate alcune ossa da un tale Steinmüller. Non ci viene detto altro sull'aspetto di questi animali, ma il caso è forse il più interessante tra quelli riportati da Scheuchzer perché non si tratta dell'avvistamento di una singola bestia fuori dal comune, ma della presunta esistenza di una specie[30].

 IL TATZELWURM
Una tavoletta commemorativa ricorda che, nel 1779, un tale Hans Fuchs, di Unken, morì di paura per essere stato inseguito da due "Springwürmer". Tali animali sono raffigurati come grossi lucertoloni[31].
Lorenz Hübner, in un'opera pubblicata nel 1796, riferiva che gli abitanti dei monti nella zona di Salisburgo parlavano di grossi lucertoloni con quattro corte zampette reputati velenosi e chiamati Birgstutzen[32].
In un manuale del 1836 si trovava anche un disegno dell'animale, rassomigliante ad una pigna con muso, dentini
aguzzi, corte zampette anteriori e posteriori, e chiamato "Bergstutz o Stollwurm"[33].
Nel 1841, l'almanacco svizzero "Alpenrosen" pubblicò il disegno di uno Stollenwurm. L'animale è raffigurato come un serpente grassoccio con una testa molto corta dietro la quale spuntano un paio di zampette (mancano, invece, le zampe posteriori)[34].
Friedrich von Tschudi descriveva lo Stollenwurm come un animale "grasso, lungo da 30 a 90 centimetri e ha due zampe corte; compare quando si avvicina un temporale dopo un lungo periodo secco"[35].
Basandosi su quanto scritto da Tschudi, da J.G. Kohl (1841) e da J.J. Reithard (1853), un dizionario tedesco dell'Ottocento lo inseriva tra le sue voci:
Stollenwurm (svizzero) E' credenza diffusa che esistano Stollenwürmer, ovvero grossi serpenti (Schlangen) lunghi da 3 a 6 piedi e con zampe corte da 2 pollici.[36]
Anche il prestigioso Meyers Grosses Konversations-Lexikon accolse il lucertolone alpino nelle sue pagine. Lo troviamo alla voce "Tazzelwurm", cui sono affiancati, come sinonimi, "Stollwurm" e "Bergstutz":
Tazzelwurm (Stollwurm, Bergstutz), un rettile leggendario, lungo due metri, molto grosso, tozzo dietro, grigio, velenoso, con due zampe anteriori molto corte e due orecchie appuntite; secondo le credenze popolari vive nelle Alpi bavaresi, nell'Oberland bernese e nello Jura svizzero.[37]
Leander Petzoldt, facendo riferimento agli articoli scritti da Doblhoff tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, ci offre questa descrizione:
Tatzelwurm (m., Beiβwurm, Bergstutzen, Stollenwurm). Animale mitico con due piedi corti e quasi invisibili, una grande testa, lunga quasi mezzo metro, e il corpo di un sauro. Si solleva sui due moncherini per emettere il suo soffio velenoso e poi corre via come una saetta. Ha uno sguardo pungente e lancia fischi acuti. [...][38]
E' con il nome di "Tatzelwurm" che il nostro lucertolone è generalmente oggi indicato dai criptozoologi (ovvero
gli studiosi di animali misteriosi)[39]. "Tatzelwurm" (con la variante ortografica "Tazzelwurm") vuol dire "serpente con le zampe"[40]. Identico significato ha "Stollwurm" (con la variante svizzera "Stollenwurm"), mentre "Bergstutz" (variante: "Birgstutz") allude all'habitat montano del leggendario animale ed alla sua coda tozza[41].
Tra il 1931 ed il 1934 la rivista "Der Schlern"[42], che già nel 1928 e nel 1929 aveva ospitato alcuni brevi interventi sull'argomento[43], pubblicò tre articoli, due firmati da Karl Meusburger, l'altro da Hans Flucher, in cui si elencavano 85 avvistamenti che potevano (almeno secondo gli autori) essere avvicinati al tatzelwurm, quasi tutti nella zona compresa tra Alto Adige, Svizzera tedesca, Austria e Baviera[44].
Jakob Nicolussi scompose i 65 avvistamenti elencati nei primi due articoli (il terzo non era ancora stato pubblicato) in singole caratteristiche (muso, coda, denti, lunghezza totale, etc.) e scegliendo le indicazioni più frequenti per ognuna di esse costruì un identikit del tatzelwurm, che risulta così descritto come un grosso sauro velenoso, con testa larga, coda tozza, zampette corte, ampia bocca, corpo ricoperto di scaglie[45]. Per quanto riguarda il numero delle zampe, più della metà dei casi presi in esame ne attribuiscono solo due, ma per Nicolussi ciò è dovuto al fatto che l'altro paio non è stato visto: "il tatzelwurm ha senza dubbio quattro zampe"[46].
Va comunque osservato che tra alcune delle descrizioni raccolte nelle pagine dello "Schlern" vi sono differenze tali che è lecito chiedersi se possano concorrere a definire le caratteristiche di un unico animale. Meusburger dovette riconoscere che, se si accettavano le diverse testimonianze, bisognava pensare che esistessero almeno tre specie differenti di animali sconosciuti[47]. Per Otto Steinböck, che pubblicò sulla stessa rivista un articolo del tutto scettico sull'esistenza del misterioso animale alpino[48], anche scartando alcuni casi troppo assurdi, si sarebbero dovute contare almeno cinque nuove specie[49]. La conclusione di Steinböck, del resto, era perentoria: "non esiste nessun tatzelwurm"[50]. Con questa affermazione "Der Schlern" dichiarava di voler porre fine alla discussione sul leggendario animale, anche se, in realtà, a distanza di qualche anno, tornò ad offrire le sue pagine ai sostenitori della sua esistenza[51].
Willy Ley, in un libro tradotto in italiano col titolo Dall'unicorno al mostro di Loch Ness, si occupava anche del tatzelwurm rifacendosi in particolare a Nicolussi. Leggiamo nel libro di Ley: "Sulle zampe [...] le opinioni sono discordi: tutti affermano che sono corte e piccole, ma alcuni asseriscono che l'animale manca delle zampe posteriori" e più sotto "l'animale è velenosissimo, così velenoso che il solo suo alito può uccidere"[52].
Nel settembre del 1971, "La Notte" riferì una vicenda che coinvolgeva il "drago delle Alpi", così descritto: "Secondo le testimonianze, si tratterebbe di un animale lungo una settantina di centimetri, grosso circa quanto un braccio, con gli occhi grandi, la testa arrotondata e le orecchie piccole e rotonde: avrebbe due zampe piuttosto robuste (due sole) [...]". Una certa dottoressa Alice Hoose sosteneva che "nella pietraia sul Renon ne esiste una colonia di varie dozzine di individui". Tali animali "sono predatori, mangiano topi e lucertole e ramarri" e sono "per giunta dotati di una ghiandola velenosa che doveva paralizzare le bestie da loro catturate". La studiosa aveva installato degli apparecchi fotografici nei luoghi frequentati da queste bestie in modo da ottenere una prova della loro esistenza. Ma a questo punto, secondo la ricostruzione del quotidiano, emerge un evento inquietante: la Hoose viene infatti minacciata da tre uomini del luogo: "Attenta, se continua a fare ricerche su questo animale, farà una brutta fine". Dalle parole si passa ai fatti: alla donna viene rubata l'attrezzatura[53].
Gli avvistamenti riportati negli articoli pubblicati da "Der Schlern" provengono quasi tutti dalla zona tra Trentino Alto Adige, Austria, Baviera e Svizzera. Flucher descrisse solo casi relativi a tale area, ma aggiunse che c'erano
stati avvistamenti anche nella Germania centrale, nei Sudeti e in Bosnia[54]. Meusburger citò tre esempi esterni a questa zona. Le descrizioni offerte di un animale visto nel Caucaso e dello "smuch" del Banato (da notare, comunque, che all'animale è dato un nome suo, anzi più di uno, perché, secondo l'articolo, sarebbe conosciuto anche con il nome tedesco "Heuwurm" o con i più generici "Riesenschlange" e "Lindwurm") sono però troppo sommarie per permetterci di accostarli al tatzelwurm (lo stesso vale, peraltro, anche per parecchi dei suoi esempi "alpini"). Situato in un luogo ancor più remoto è il caso tratto dal celebre paleontologo Roy Chapman Andrews che in Mongolia sentì parlare del temibile "Allergohai-Horhai" (ovvero l'"olgoi horhoi", il "verme intestino"), protagonista anche di un racconto di Ivan Efremov. In questo caso abbiamo qualche cenno in più, sufficiente, peraltro, a mostrare che il pericolosissimo presunto abitante del sottosuolo mongolo non ha nulla a che vedere con l'animale di cui trattiamo[55].
Restando in Asia orientale, è stato anche proposto un parallelo tra il tatzelwurm ed "un serpente giapponese altrettanto misterioso, noto con il nome di tzuchinoko, la cui presenza è stata segnalata nelle regioni montuose di tutte le principali isole giapponesi, oltre che della Corea, fin dal secolo XIII". In comune, i due avrebbero "occhi grandi, grosse squame e un'incredibile abilità nel salto; esistono comunque alcune differenze nella descrizione, in particolare l'assenza delle zampe nel caso del mostro giapponese"[56]. Anche in questo caso la somiglianza non sembra eccessiva e si potrebbe osservare che non è maggiore di quella con alcuni rettili esistenti.
Notevoli sono, invece, le somiglianze che possiamo trovare tra il "lucertone" alpino ed un leggendario rettile della Sardegna.
 

LO SCULTONE
A farci da guida è Francesco Cetti (1726-1778), naturalista di famiglia comasca, docente di matematica e filosofia naturale all'università di Sassari ed autore di una storia naturale della Sardegna in tre volumetti pubblicati tra il 1774 ed il 1777[57].
Nell'ultimo di questi, dedicato agli "anfibi" (termine cui Cetti dà un significato molto vasto) ed ai pesci, compare, ai confini tra la zoologia e la leggenda, lo "scultone":
Non vi è quasi in Sardegna chi non abbia udito parlare dello Scultone, e nol tema mortalmente. Un animale grosso talora come la metà del braccio è lo scultone, lungo due spanne, con corta ma grossissima coda, ricoperto di scaglie, colorito di fosco, fornito di quattro gambe, e di grandissimi mostacci, un animale in sostanza simile nella figura al tiligugu. Non ama esso i luoghi erbosi, né i coltivati; ama i diserti e le aride rupi, e buon per l'uomo che così ami; altrimenti ben più dannoso nemico sarebbe esso che non è. Il solo suo sguardo, se previene quello dell'uomo, basta a far cadere l'uomo morto. Ecco in brieve la descrizione e la storia dello scultone quali esse corrono per la bocca del volgo.[58]
Allo scultone, dunque, sono attribuite caratteristiche[59] che più volte ricorrono nella descrizione dei suoi cugini alpini: la coda tozza ("corta ma grossissima"), la dimora presso "aride rupi", lo sguardo letale. Inoltre l'indicazione che lo scultone è "un animale in sostanza simile nella figura al tiligugu" suggerisce un altro tratto tipico di tatzelwurm e compagni: le zampette corte. "Tiligugu" è, infatti, il nome sardo del gongilo (Chalcides ocellatus), un piccolo sauro di cui Cetti aveva parlato qualche pagina prima annotando come "i piedi e tutto il restante apparato inserviente al moto progressivo sono piccoli"[60]. Tale osservazione era ribadita in una nota aggiunta dall'autore a proposito dell'illustrazione di questo animale, nella quale si avvertiva il lettore che "l'incisore partendosi dalla esattezza del disegno ha allungato a dismisura le gambe dell'animale; allungamento tanto più vizioso, che altera l'animale in uno de' suoi principali caratteri, che è la grandissima brevità delle sue gambe"[61].
Per quanto riguarda il gongilo, "in Sardegna corre sul suo conto una leggenda secondo la quale il Tiligugu, come qui viene chiamato, resta sotto terra 10 anni e poi ne esce trasformato in terribile drago villoso e divoratore"[62].
Lo scultone ha fatto anche un'apparizione anche nei fumetti di Topolino[63] e di Martin Mystère[64].

IPOTESI
Qualcuno ha cercato di spiegare gli avvistamenti del misterioso lucertolone con un animale già noto alla scienza, ma non riconosciuto dai testimoni. Un'ipotesi avanzata è quella che il "serpente con le zampe" potesse essere semplicemente un serpente e che le zampe attribuite fossero quelle, ancora sporgenti dalla bocca, di una rana o di un rospo che il rettile stava divorando oppure che non si trattasse in realtà di zampe, ma dei due emipeni di un serpente maschio (ma, in questo caso, le zampe dovrebbero essere definite posteriori, mentre, quando il lucertolone è descritto come dotato di due zampe, queste sono quasi sempre le anteriori)[65].
Un'altra ipotesi è che non si tratti di un rettile, ma di un mammifero, un mustelide (per esempio, una lontra) o una marmotta, reso, magari, difficile da riconoscere a causa di una malattia che gli abbia fatto perdere il pelo. La forma allungata del corpo e le zampette corte di questi animali ed anche l'abitudine talora attribuita al tatzelwurm di sollevare verticalmente il corpo e di emettere fischi possono essere citati a favore di questa ipotesi. Meusburger e Flucher ritengono che in questo modo si possa dar ragione di molti avvistamenti, anche se, per loro, altri non possono essere spiegati che ammettendo l'esistenza di un rettile ancora sconosciuto alla scienza[66].
Steinböck ritiene invece che l'ipotesi del mammifero possa valere per un numero non molto elevato di casi, mentre, in genere, l'animale visto, se un animale era davvero stato visto, doveva essere piuttosto un serpente[67]Francesco Cetti era molto scettico sull'esistenza dello scultone, pur non escludendo del tutto che alla base delle voci potesse esserci un vero animale:
In quanto a me, non posso parlare, che per altrui relazione; poiché sì temuto animale non ho potuto vedere mai in persona; e perciò, e ancora perché tra' sardi medesimi assai più sono quelli, che ne parlano, che non quelli, i quali il viddero, inclinerei non poco ad avere esso scultone per un animale favoloso ugualmente che il drago e 'l basilisco; nondimeno per favoloso non ardisco di tacciarlo, per ragione, che molti asseriscono pure averlo veduto, e medesimamente ucciso. Potrà pertanto benissimo succedere in avvenire, che dello scultone si dia una provata relazione, e che in esso si scuopra alcun lucertolone africano.[68]
Secondo Amoretti, come abbiamo già visto, il suo "lucertone" doveva essere imparentato con le iguane del continente americano.
Jakob Nicolussi pensava che il tatzelwurm, rettile raro e, anzi, in via di estinzione[69], fosse il cugino europeo degli elodermi (sauri velenosi americani) e propose dunque il nome scientifico Heloderma europaeus[70].
In un articolo pubblicato nel 1953 su "Der Schlern", Anton Koegel sosteneva che le caratteristiche attribuite al tatzelwurm, fatta eccezione per qualche esagerazione, erano plausibili e che di fatto vi erano rettili (e anfibi) conosciuti che le possedevano. La presenza delle sole zampe anteriori (anche se, come abbiamo visto, l'attribuzione di questo particolare al tatzelwurm non è unanime) si ritrova nell'ofisauro (un rettile che ha solo gli arti posteriori, peraltro atrofizzati) e nella Sirena lacertina (un anfibio dotato delle sole zampe anteriori). Il Brachysaurus rugosus e le tilique hanno una coda tozza. Molti serpenti ed anche due sauri (Heloderma suspectum e Heloderma horridum) sono velenosi. Anche anfesibene e scinchi hanno tratti in comune con il tatzelwurm. Fischi, salti e odori penetranti non sono sconosciuti tra i rettili. La conclusione di Koegel era dunque che un animale corrispondente alla descrizione del tatzelwurm poteva realmente esistere. Un'ipotesi avanzata da Koegel era quella secondo la quale il tatzelwurm avrebbe potuto essere lo stadio adulto di una specie (evidentemente un anfibio) le cui larve si sarebbero sviluppate nelle pozze d'acqua delle montagne[71].
Bernard Heuvelmans riteneva che il misterioso lucertolone andasse affiancato ad altri sauri senza zampe o con zampette molto corte, come lo scinco, l'orbettino, l'ofisauro o il chirota[72].

LE PROVE MATERIALI
Carlo Amoretti, come si è detto, aveva offerto una ricompensa a chi gli avesse portato una "serpentana" viva o morta. Non ci risulta però che alcuno abbia riscosso il premio. Si è già ricordato che Scheuchzer riferiva che ossa dei lucertoloni del pascolo di Rossmalt erano state rinvenute ed esaminate. In un caso citato poco prima, però, egli stesso reputava che delle presunte ossa di drago potessero essere più verosimilmente quelle di un orso[73].
Anche sostenitori dell’esistenza del tatzelwurm come Meusburger e Flucher sono consci che la loro tesi incontra un grosso ostacolo, quello della completa mancanza di prove materiali. Eppure più volte, nei casi da loro raccolti, la bestia viene uccisa[74]. Raramente, tuttavia, i protagonisti dei racconti pensano di conservarne, almeno parzialmente, i resti dell’animale e, quel che più conta, anche in queste occasioni le prove poi spariscono.

Con le vertebre dorsali e caudali di uno di questi animali, ucciso nel giugno del 1849, fu fatto un rosario che, però, andò in seguito perso. Lo scheletro di un tatzelwurm ucciso nel 1781 fu conservato per cinque anni, ma poi fu gettato via[75]. I denti di un rettile volante (che sembra peraltro avere poca attinenza con il tatzelwurm) sarebbero stati inseriti nel coperchio di una scatola. Inutile aggiungerlo, anche questo oggetto fu in seguito buttato. Pure il corpo di uno strano animale trovato in un blocco di ghiaccio andò poi perso (l'intera vicenda è comunque ben poco plausibile, come riconosce anche Meusburger, e la descrizione della bestia ha, anche in questo caso, poco a che fare con il nostro lucertolone)[76].
Insomma, osservava ironicamente Steinböck, sembrava quasi che i testimoni si mettessero d'impegno per distruggere ogni prova tangibile delle loro affermazioni[77].
Uno scheletro attribuito ad un lucertolone, una volta studiato, si rivelò essere, invece, di un capriolo[78]. Un osso trovato presso Merano e che si diceva di un esemplare del leggendario animale, esaminato, risultò essere piuttosto di pecora o, forse, di capriolo[79].
Una notizia decisamente curiosa, riportata da Meusburger, è quella secondo la quale una farmacia di Merano avrebbe acquistato come materiale di gran pregio il grasso ricavato da un tatzelwurm[80]. Ancora Meusburger scrive che nel 1932 i presunti uccisori di un tatzelwurm ne mostrarono la pelle, ma questa si era rivelata essere di un varano[81].
Esiste anche una fotografia di un tatzelwurm, scattata da un certo Balkin, svizzero, nel 1934, ma, vedendola, è davvero difficile prenderla sul serio[82].
I sostenitori dell'esistenza reale del nostro rettile potrebbero trovare interessante una notizia del 1954:
Rinvenuto lo scheletro di un serpente alato.

BORGOSESIA, 17.
Due boscaioli che passavano in una valletta nei pressi di Camasco, piccola frazione di Varallo Sesia, hanno scoperto lo scheletro lungo circa un metro che doveva essere stato fornito di zampe articolate oppure di monconi di ali.
Lo scheletro è composto di venticinque vertebre che recano alla sommità delle escrescenze ossee tali da far pensare che il rettile avesse sul dorso una specie di cresta.
Inoltre, a breve distanza dalla testa, vi sono lateralmente due ossa articolate lunghe una ventina di centimetri. La circonferenza del rettile era presumibilmente di 15-20 centimetri. I resti verranno esaminati oggi da uno studioso di zoologia. Nella zona, particolare curioso, esiste una leggenda che narra di un serpente alato che si aggirava sui monti della Valsesia.[83]
Restando in Piemonte, in tempi più recenti, il signor Giuseppe Costale ha sostenuto di aver incontrato nei boschi ossolani un misterioso animale, così descritto in un quotidiano locale: "E' un rettile ma si muove in modo molto strano zigzagando velocemente. E' lungo settanta centimetri con i fianchi grigio chiaro e il dorso molto più scuro. Ha occhi umani e il suo sguardo è molto inquietante". Il giornale pubblicava anche la foto di due scheletri che sarebbero appartenuti a due esemplari della stessa specie, raccolti e conservati dallo stesso Costale[84].

In tema di sauri misteriosi, una storia interessante viene dalle Canarie ed ha come protagonista la lucertola di Simony (Gallotia simonyi), lunga sino a 75 centimetri.
Nel 1889, Franz Steindachner descrisse un imponente e massiccio Lacertide che viveva su un gruppo di isolotti rocciosi (i Roques di Salmor) prospiciente la punta nordorientale dell’isola di Hierro, la Lucertola di Simony [...]. Di questa specie giunsero in seguito in Europa solo sporadiche notizie, sebbene verso la fine del XIX secolo alcuni esemplari vivi fossero inviati allo zoo di Londra. Nel 1930 uno studioso inglese esplorò la zona, scoprendovi ancora alcune Lucertole di Simony, mentre attorno al 1940 un esemplare venne con ogni probabilità allevato da un abitante di Santa Cruz di Tenerife: da allora non si è più avuta alcuna segnalazione attendibile.
Nel 1970, le indagini svolte da Konrad Klemmer lo portarono "a concludere che le Lucertole di Simony si sono ormai estinte", anche se gli abitanti di Hierro continuavano "a raccontare storie fantastiche attorno a questi giganteschi “Lagartos”"[85]. Soltanto voci per un animale scomparso? Non ne è convinto Werner Bings che, nel 1974, va a cercarlo. Trova degli escrementi la cui forma corrisponde a quella raffigurata su un vecchio testo che parlava del lucertolone e "finalmente, una sera, il pastore Juan Machìn e suo nipote Juan Pedro Perez gli portano in albergo una cassa di legno con dentro [...] el lagarto in carne e ossa"[86].

UNA PASSIONE PER IL LATTE
Come si è visto, sui monti lariani si attribuiva al misterioso lucertolone l'abitudine di succhiare il latte alle mucche, da cui il nome dialettale di tetta-vacc raccolto da Leonhardi.
Il documentatissimo Dizionario etimologico grosino segnala che il termine "teta-vacch" era adoperato, in zone diverse, per vari animali, tra i quali il grillotalpa, la cutrettola, il succiacapre, il ramarro e la salamandra. Secondo lo stesso dizionario, la deformazione dialettale grosina del nome di quest'ultima in "salamandria" potrebbe essere in relazione proprio con queste dicerie: l'animaletto succhierebbe il latte alla "mandria"[87]. Gesner riferiva che in alcune parti della Svizzera si diceva che le salamandre amavano il latte e, quando riuscivano a succhiare le mammelle delle mucche distesesi, le danneggiavano al punto che non davano più latte[88]. Una leggenda del Finistère narra che una salamandra aveva succhiato il latte dal seno della Madonna addormentata e tale presunto sacrilegio giustificherebbe l'uccisione degli esemplari di questo innocuo animaletto[89].
Anche in italiano i nomi dell’uccello chiamato succiacapre o caprimulgo alludono al suo supposto vezzo di succhiare il latte alle capre. In realtà, se il volatile si avvicina al bestiame è per nutrirsi degli insetti da esso attirati. Francesco Cetti osservava che, se fosse vero che "poppa le capre, [...] eccellente paese sarebbe per il calcabotto [ovvero il succiacapre] la Sardegna", dove le capre "sono in grandissimo numero". Questa terra sembrava quindi "acconcissima a verificare se tal talento sia reale o fittizio". Ma in Gallura, "il regno de' caprai", nessuno aveva mai sentito nulla del genere: in tale regione "ricchissima di capre e di calcabotti, è cosa inudita, che il calcabotto poppi le capre". In compenso, i caprai sardi riferirono al naturalista che "a poppare le capre ci vengono le lepri", ma, aggiungeva Cetti, "il dicono senza crederlo, né volerlo far credere"[90].
A Moltrasio, si parla di un serpente chiamato tetavach, che avrebbe l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. C'è chi ricorda di aver parlato con qualcuno che affermava di aver visto la tetavach con i propri occhi[91].
L'autore di un articolo del 1909 riferiva che tra le leggende sui ricci, la più radicata era quella che succhiassero il latte alle mucche[92].
In una notizia pubblicata nel 1939, si diceva che una contadina tedesca, dopo aver scoperto che "durante la sua assenza l'unica mucca di sua proprietà veniva munta da ignoti ladri", si era appostata nella stalla per sorprendere i malfattori ed aveva visto due maiali "che si diressero diffilato alla vacca e presero a succhiare il latte con visibile soddisfazione"[93].
Silvio Bruno, in un suo contributo sulla Fantazoologia nella tradizione popolare, non ha dimenticato il serpente detto "Pasturavacche o Serpe lattara o Lattara":
Ancora oggi moltissime persone giurano di averlo sorpreso mentre succhia il latte dalle poppe di una mucca dopo essersi attorcigliato alle gambe posteriori del ruminante per impedirgli di fuggire.
Altre persone sostengono, con patetica convinzione, che è fortemente attirato dall'odore del latte e che, per ottenerlo, si rende capace di azioni decisamente ufologiche. […]
Queste curiose dicerie sui serpenti, oggi  meno in disuso di altre, sono tipiche espressioni tradizionali di una cultura agricola […]. Allora le stalle visitate abitualmente da serpenti per motivi trofici (ricercavano i topi di cui si nutrivano), riproduttivi (le femmine deponevano le uova sotto la paglia o il letame) e termici (adulti e giovani svernavano sotto le stoppie)[94].
Aurelio Garobbio riferisce racconti di "colubri innocui che seguivano golosi le mucche attirati dall'odore del latte"[95] e di "serpenti velenosi" che "si attaccavano alle mucche succhiando avidamente il latte ed avvelenando il sangue. Le povere bestie intristivano e stecchivano"[96]. "Si dice" ricorda Paolo Emilio Sala "che il colubro (o scurzùn in dialetto) si attacchi alle mammelle delle mucche al pascolo per succhiarne il latte"[97].
Già il medievale bestiario di Cambridge raccontava che il boa "si attacca alle mammelle turgide di latte, e suggendone il liquido uccide gli animali. Trae quindi il nome proprio da questa devastazione che opera tra le mandre di buoi"[98]. Leonardo da Vinci scriveva del "boie" che "è gran biscia, la quale con se medesima s'aggluppa alle gambe della vacca in modo che non si mova, poi la tetta in modo che quasi la dissezza"[99].
Non solo le mucche, ma anche le donne che allattano attirerebbero serpenti golosi di latte[100].
In Galles, sino a '800 inoltrato, era diffusa la credenza che un serpente che avesse bevuto del latte dal seno di
una donna si sarebbe trasformato in un pericoloso serpente volante[101].
Nel Veneto dell'inizio del secolo erano "molto diffuse [...] le storie di serpi e ratti (pantegane) capaci di far rigettare il latte ai poppanti per berselo avidamente"[102].
Paolo Emilio Sala, nel suo libro su Storie e leggende tornasche e lariane, accenna alla "bissa squerléra". In una nota, la presenta come un "mostro creato dalla fantasia popolare e immaginato come una biscia lunghissima e ghiottissima di latte" che prendeva il suo nome "probabilmente dal dialettale 'squerla' (= conca o scodella dove si conserva il latte) alla quale la biscia non temeva di avvicinarsi per bere con avidità il latte appena munto"[103].
Il leggendario rettile compare anche in un articolo di Luigi Monti per la rivista olgiatese "Dialogo". In campagna, scrive l’autore, "spesso nelle vecchie scodelle si mettevano gli avanzi di pane e di latte, e si lasciavano sull'aia o dietro le stalle ad uso dei cani e dei gatti domestici. Le donne raccontavano di aver visto (e ciò può succedere tuttora in campagna) le bisce d'acqua, notoriamente golose di latte, avvicinarsi alla “squéla” per suggerne il contenuto". Da qui il nome di "bisa squiléra" attribuito ad un leggendario "rettile di notevoli dimensioni", secondo alcuni "con una cresta sul capo", che emetteva "sibili spaventosi" ed aveva uno sguardo ipnotico. L'animale era reputato tanto temibile da far nascere l'espressione "hu vist la bisa squilera" per dire che si era passato un gran brutto momento[104].
Anche a Moltrasio è temuto lo sguardo della bisa squerlera, ritenuto letale. In questo stesso paese, però, si racconta una storia in cui il rettile appare sotto una luce migliore. C'erano due fratelli, uno dei quali si occupava dell'alpe e non dimenticava di lasciare una scodella di latte per la bisa squerlera, che ricambiava la cortesia lasciandogli una moneta d’oro. Un giorno, però, fu l'altro a salire all'alpe e, non sapendo che la biscia era un animale tutt'altro che nocivo, la ammazzò. "Hai ucciso la mia fortuna!" disse il fratello quando venne a conoscenza del fatto[105].
Una storia simile proviene dal Galles. Una fattoria della Vale of Taff era frequentata da serpenti che bevevano il latte insieme ai bambini. Morto il proprietario della fattoria, il figlio uccise il re dei serpenti e questi se ne andarono. La fattoria perse la prosperità di cui aveva sino ad allora goduto. Nella Vale of Glamorgan (siamo sempre nel Galles), una ragazza era solita dare del latte ad un serpente con una corona sulla testa che si presentava da lei quando mungeva le mucche. Ad un certo punto il serpente non si fece più vedere, ma, per ricompensare la gentilezza della ragazza, le lasciò un anello d'oro che, messo alle nozze, le garantì ricchezza[106]Secondo una leggenda svizzera, una ragazza povera trovò uno Stollwurm o Tatzelwurm malato e gli offrì del latte. La bestia si riprese e, per riconoscenza, le donò la sua corona d'oro[107]. Persino il terribile drago di Mordiford (Inghilterra), che divorava bestiame e uomini, era docile con la ragazzina che lo aveva nutrito con il latte quando era un innocuo cucciolo[108].
Olao Magno riferiva di "serpenti domestici, considerati come spiriti della casa nelle più remote plaghe del Nord, che, nutriti con latte di vacca o di pecora, giocano coi bambini in casa, e spesso si vedono dormire nelle culle, come fedeli custodi; far loro del male è considerato delitto"[109].
A Moltrasio (ed altrove) "per catturare gli scurzuni,
si mette del latte in bottiglie o damigiane dal collo stretto. Il rettile si infila all'interno, beve il liquido e, ingrassato, non riesce più ad uscire"[110].
Un quotidiano del 1909 raccontava che un abitante di Trevano, sospettando la presenza di un "vivaio di vipere" presso il suo fienile, portò "un catino di latte ed un momento dopo, fu vista una, poi due vipere, poi altre sbucar fuori dal muro, e strisciando accostarsi con avidità al recipiente del latte. [...] Al momento in cui scrivo si
calcolano oltre 200 le vipere di varie dimensioni, uccise dal colono e dai passanti"[111].
Anche a molti rettili leggendari era attribuita una passione per il latte.
Nel già citato libro di Johann Jakob Scheuchzer troviamo il caso (desunto dalla storia naturale della Svizzera di Wagner) di un "orrendo serpente" con la testa simile a quella di un gatto. Prima che la bestia fosse uccisa, gli abitanti si lamentavano perché trovavano le vacche già munte. L'inconveniente cessò dopo l'eliminazione del serpentone[112].
Luigi Bossi ricordava che "Si è creduto qualche volta negli Svizzeri, che i Draghi arrivassero a succiare il latte delle vacche"[113].
Una canzone popolare sul "Lambton Worm" dice che "He milked a dozen cows". La leggenda su questa bestia narra che, per calmare la sua furia devastatrice, gli abitanti gli facevano trovare ogni giorno il latte di nove mucche. A Lambton Castle c'è un abbeveratoio di pietra che sarebbe stato usato a questo fine[114]. Nel 19° secolo, anche a Bamburgh veniva mostrato un abbeveratoio dicendo che da lì aveva preso le sue razioni di latte, accordategli per gli stessi motivi, il loro worm[115].
Amavano il latte anche certi curiosi serpenti di cui scrisse Francesco Redi:
Or se, come dissi, è menzogna, che le pecchie nascano dalla carne imputridita de' tori, favola non meno credo che sia, quel che da alcuni si narra, che nelle parti della Russia e della Podolia si trovi una certa maniera di serpenti, che si nutriscono di latte, ed hanno il capo, ed il becco simile all'anitre, e son chiamati zmija[116], i quali generano dentro de' loro corpi viventi e partoriscono poi per bocca, o per meglio dire vomitano ogni anno a poco a poco due sciami di pecchie almeno, che in lingua del paese dette sono zmijoiocki, e ritenendo della natura serpentina, s'armano d'un pungiglione velenoso, e poco men, che mortale. Questo racconto in quelle provincie è tenuto per cosa certissima, e molti riferiscono d'aver veduti di que' sì fatti serpenti[117]
l bis, il velenosissimo serpente volante della Val di Sole, nel Trentino, era ghiotto di latte[118] e gli stessi gusti avevano i serpenti alati dal fiato velenoso di Aller, in Inghilterra[119]. Fiato velenoso e amore per il latte aveva pure il drago di Sexhow (Inghilterra)[120]. Il Bisamwurm (ovvero il "serpente [che ha odore di] muschio") di Bressanone si cibava di topi, ma andava anche a bere il latte munto[121].
La passione per il latte può, però, diventare un punto debole.
Un tale John Smith lasciò una gran quantità di latte a disposizione del drago che terrorizzava Deerhurst (Inghilterra). Dopo averlo bevuto, il drago volle farsi un bel riposino al sole e diede così l’occasione a Smith di staccargli la testa con un’ascia. Anche un altro drago inglese, quello di Bisterne, fu ucciso usando il latte come esca[122]. Tornando in Italia, un giovane della casata dei Firmian uccise il basilisco di Mezzocorona dopo averlo attirato con un secchio di latte[123] e "la vipera volante - è la più pericolosa - si cattura con il latte"[124]

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[1] CARLO AMORETTI, Viaggio da Milano ai tre laghi Maggiore, di Lugano e di Como e ne' monti che li circondano, 4a ed., Milano, Silvestri, 1814, pp.5-6. La prima edizione è del 1794.
[2] AMORETTI, Viaggio da Milano ai tre laghi, 4a ed., cit., pp.182-183; 5a ed., Milano, Silvestri, 1817, pp.199-200; 6a ed., Milano, Silvestri, 1824 (rist. anast.: Milano, Insubria, 1976), pp.220-221. Il brano è compreso nei "Passi scelti" dal Viaggio pubblicati in Larius, l.I, t.II*, Como, Società Storica Comense, 1966, p.283. Le citazioni (qui e più avanti) saranno tratte dalla sesta edizione (non vi sono comunque differenze sostanziali con le due precedenti). Il passo citato è ripetuto alla lettera in ANTONIO BALBIANI, Como. Il suo lago, le sue valli e le sue ville descritte e illustrate, Milano - Napoli, Pagnoni, 1877, p.138.
Sullo "Scheutzero", ovvero Johann Jakob Scheuchzer, vedi più avanti.
L'impiego come cibo dei "lucertoni" d'oltre oceano era ricordato in un articolo pubblicato sugli "Opuscoli scelti", rivista scientifica di cui Amoretti era direttore: "Agli eruditi era noto per le storiche riflessioni del Sig. Paw, e d'altri, che alle Antille, al Brasile, ed altrove fra gl'Indiani facevasi uso per alimento di certi lucertoni ben grossi e ben pasciuti in quelle contrade." (Lettera del sig. Omobon Pisoni [...] Sopra l'uso Medico dei Ramarri e delle Lucerte [...], in "Opuscoli scelti sulle scienze e sulle arti", IX (1786), p.354). Sulla cattura delle iguane a scopo alimentare in Messico, cfr F. SUMICHRAST, Note sur les moeurs de quelques reptiles du Mexique, in "Bibliothèque universelle et revue suisse", 69 (1864), t. 19 (parte scientifica), pp.53-54. Secondo i nativi, gravi conseguenze poteva invece subire chi, confondendola con quella di iguana, si cibasse di carne di un altro sauro, l’eloderma (Heloderma horridum) (ivi, p.48).
[3] Nei suoi libri sul folclore dell'area alpina e prealpina, Aurelio Garobbio ha fatto qualche cenno ad un animale leggendario detto "serpentana" che avrebbe il potere di attirare l'acqua. AURELIO GAROBBIO, Considerazioni su alcune leggende delle Alpi e delle Prealpi, Firenze, Istituto di Studi per l'Alto Adige, 1988, p.239, per il "Funtanin di Cumbi", sopra Moltrasio, e per Albio, sopra Riva San Vitale. Cfr anche ID., Alpi e Prealpi. Mito e realtà, [vol. 1], Bologna, Alfa, 1967, p.20 ("intorbidando la pozza dove si raccoglieva la sorgente, la serpentana fuggiva inaridendo la vena") e ID., Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni, Bologna, Cappelli, 1969, p.139 (per Albio: una fonte si era inaridita quando l'animale era stato ferito con un tridente).
Il termine "serpentana" è usato oggi per indicare serpenti di dimensioni ragguardevoli (Serpenti moltrasini, in "Il topo di biblioteca" (Moltrasio), n.3, agosto 2002, p.4).
[4] Lettera datata Desio, 13 ottobre 1815, in Larius, l.I, t.II*, cit., p.279.
[5] AMORETTI, Viaggio da Milano ai tre laghi, cit., 4a ed., p.107; 5a ed., p.114; 6a ed., p.126. La parte "alla fine del Capo XVIII" è quella citata più sopra.
[6] NICCOLO' SORMANI, Il Santuario di S. Maria del Monte sopra Varese, Milano, Giuseppe Marelli, 1739, pp.67-68.
[7] COSTANTINO DEL FRATE, S. Maria del Monte sopra Varese, Chiavari, Cavicchioni, 1933, p.184.
[8] UMBERTO CORDIER, Guida ai luoghi misteriosi d'Italia, Casale Monferrato, Piemme, 1996, p.123. Una foto nelle tavole di Il meraviglioso. Leggende, fiabe e favole ticinesi, vol.2 (Valli del Luganese), Locarno, Dadò, 1991.
[9] CORDIER, Guida ai luoghi misteriosi d'Italia, cit., pp.83-84, 100-101, 115, 155-156, 256-257, 236. Cfr anche ivi, pp.239-240, 453-454; AURELIO GAROBBIO, Alpi e Prealpi. Mito e realtà, [vol. 1], Bologna, Alfa, 1967, p.137; MAURIZIO MOSCA, Quando in Italia c'erano i coccodrilli, in "Famiglia cristiana", n.30, 23 luglio 1997, p.163.
"La pratica di appendere oggetti naturali nelle chiese acquistò slancio nel corso del XV secolo, quando alle uova di struzzo e alle costole di balena si aggiunsero meteoriti e soprattutto coccodrilli" (LORRAINE DASTON - KATHARINE PARK, Le meraviglie del mondo. Mostri, prodigi e fatti strani dal Medioevo all'Illuminismo, Roma, Carocci, 2000, pp.69-70; si vedano anche le figure 15a e 15b (dopo la p.128) e la relativa didascalia). Cfr anche KARL MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, in "Der Schlern", 15 (1934), pp.73-75; JACQUELINE SIMPSON, British Dragons, Ware, Wordsworth, 2001, pp.98-99.
"Ex Aethiopiae insulis nuper a regibus Lusitaniae captis, Romam iussu Cardinalis Ulyxiponensis lacerta extincta circiter octonum cubitorum longitudine advecta est, oris vero hiatu, quo solidum infantem divoraret, ac tholo divae genitricis ad portam Flumentanam, miraculi gratia, suspensa nunc cernitur". Commentariorum Urbanorum Raphaelis Volaterrani, octo & triginta libri, Basileae, Froben, 1544, p.299v; Lugduni, apud Sebastianum Gryphium, 1552, col.777. Citato anche in CONRADI GESNERI medici Tigurini Historiae Animalium Liber II. de Quadrupedis oviparis, Tiguri, C. Froschoverus, 1554, cit., p.39.
[10] INNOCENZO REGAZZONI, Cenni sul gabinetto di storia naturale del liceo di Como, in "Manuale della Provincia di Como pel 1865", XXVIII (1865), p.91.
[11] F[RANCESCO] C[ASNATI], La "leggenda" di santa Marta in una antica lauda in dialetto comasco, in "L'Ordine", 29 luglio 1925, p.2.
[12] ARCHIVIO STORICO DELLA DIOCESI DI COMO, Visite pastorali, IV, fasc. 4, 740: "I Disciplini non portino più in processione il di de corpus Domini quella imagine di dracone che fanno caminare et portar un putto, che rapresenta santa Marta [...]".
Sui mostri processionali, cfr MASSIMO IZZI, Il dizionario illustrato dei mostri, Roma, Gremese, 1989, p.247; PIERCARLO JORIO, L'immaginario popolare nelle leggende alpine, Ivrea, Priuli & Verlucca, 1994, pp.41, 49-50; SIMPSON, British Dragons, cit., pp.101-118.
[13] WALTER KELLER, Il biscione di Breno, in Il meraviglioso, vol. 2, cit., pp.176-177. Vedi anche DEL FRATE, S. Maria del Monte sopra Varese, cit., p.183; GAROBBIO, Alpi e Prealpi. Mito e realtà, [vol. 1], cit., p.19; ID., Memorie di un ticinese ottuagenario da un po’, in Per Giuseppe Šebesta, a cura della Biblioteca Comunale di Trento, Trento, Comune di Trento, 1989, p.166; DANILO BARATTI, Tensioni in parrocchia (XVII-XIX sec.), in Anno Domini MDXCII, Parrocchia di Breno e Fescoggia, 1994, p.39.
[14] AMORETTI, Viaggio da Milano ai tre laghi, cit., 4a ed., pp.52-53; 5a ed., pp.33-34; 6a ed., pp.39-40.
[15] GEORG LEONHARDI, Der Comersee und seine Umgebungen, Leipzig, Wilhelm Engelmann, 1862, pp.18-19; tr.it. con testo originale a fronte in Larius, l.1, t.II*, cit., p.529. Avevo già ricordato questo passo del libro di Leonhardi nel mio articolo Capre, lupi e lucertoloni sui monti dell'Alto Lario, in "Studi della Biblioteca Comunale di Cavallasca", 1 (1999), p.29. Nello stesso libro, Leonhardi annotava anche che la leggenda attribuiva ad un mostro che li abitava i misteriosi suoni provenienti dai laghetti di "Darenco, Caprico e Ledri" (ovvero Darengo, Cavrig e Ledù, sui monti sopra Livo, vicino al confine italo-svizzero). Il mostro doveva poi avere capacità da meteorologo (o da menagramo), dato che le sue urla erano "considerate pronostico di cattivo tempo". LEONHARDI, Der Comersee und seine Umgebungen, cit., p.8; tr.it. con testo originale a fronte, cit., p.526 (cfr p.571, n.458).
[16] ALEX, Superstizioni, leggende e credenze popolari, in "L'Ordine", 11 dicembre 1970, p.4, ripubblicato con il titolo Usi e costumi della Vallassina, in "L'Ordine", 15 agosto 1971, p.6.
[17] Morsicati dalle vipere, in "L'Ordine", 11-12 settembre 1901, p.3.
[18] Raccolto e riferitomi da Cristina Piazzoli. Altrove la bestia è conosciuta con un nome leggermente diverso: gal bisaresch o bisalesch (cfr Serpenti moltrasini, cit.).
[19] Raccolto e riferitomi da Agata Turchetti. Già presentato in Serpenti moltrasini, cit.
[20] GESNERI Historiae Animalium Liber II., cit., p.39.
[21] "Ein wenig vom dem Schloss (Stroblhoff) in dem walde findt sich eine zur sommerzeit eisskalte quelle, bey welcher ein fischkasten: und sagt man dass noch bey manns-gedenken eine grosse vierfüssige schlange sich bey diesem quell brunnen enthalten sind (Die Ehre des Hertzgoth. Krain. lib. XI. pag. 566)", cit. in [GIOVANNI BATTISTA] BROCCHI, Osservazioni naturali sulle spelonche di Adelberg in Carniola, in "Biblioteca Italiana", XXV (1822), p.282.
[22] Dal latino anguis, serpente.
[23] BROCCHI, Osservazioni naturali sulle spelonche di Adelberg in Carniola, cit., p.282.
[24] GIULIO GADINI - ERWIN PICHL, Il piccolo drago delle grotte, in "Airone", n. 20, dicembre 1982, p.72
[25] LUIGI BOSSI, Dei basilischi, dragoni, ed altri animali creduti favolosi, Milano, Luigi Veladini, 1792, pp.33-34.
[26] L'errore di Scheuchzer fu immortalato nel nome scientifico dato alla bestia in questione Andrias scheuchzeri, che potremmo tradurre "il finto uomo di Scheuchzer" (andriás in greco significa statua, specialmente di uomo, fantoccio o pupazzo – qualcosa, insomma, che ha l'aspetto di un uomo). L’episodio ha suggerito a Karel Čapek la scelta delle salamandre come personaggi per un suo romanzo pubblicato nel 1936 (Válka s Mloky, Praha, Československý spisovatel, 1986; tr.it. La guerra delle salamandre, Roma, Lucarini, 1987; cfr le pp.80-81; tr.it., pp.99-100).
[27] JOHANN JAKOB SCHEUCHZER, Ouresifoites Helveticus, Sive Itinera per Helvetiae Alpinas regiones, t.3, Lugduni Batavorum, Van der Aa, 1723, pp. 377-397
[28] Ivi, p.396. [29] Ivi, pp.379-380. [30] Ivi, p.391.
[31] KARL MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, in "Der Schlern", 12 (1931), p.469 e illustrazione tra le pp.466 e 467; HANS FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, in "Der Schlern", 13 (1932), p.497 e illustrazione tra le pp.498 e 499.
[32] LORENZ HÜBNER, Beschreibung des Erzstiftes und Reichsfürstenthums Salzburg, 3. Band, p.868, cit. in K. TH. HOENIGER, Der geheimnisvolle Tatzelwurm, in "Der Schlern", 10 (1929), p.454.
[33] G. VON SCHULTES, Etwas über dem Bergstutz oder Stollwurm in den Alpen, in Neues Taschenbuch für Natur-, Forst- und Jagdfreunde auf das Jahr 1836, Weimar, Voigt, pp.28-36, cit. in MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., p.459, n.4 (dove si trovano anche altre indicazioni bibliografiche). L'illustrazione è riprodotta tra le pp. 466 e 467.
[34] BERNARD HEUVELMANS, On the Tracks of Unknown Animals, London - New York, Kegan Paul, 1995, p.11 (ringrazio Maurizio Mosca per la segnalazione); l'illustrazione è presentata anche in BERNARD HEUVELMANS, Histoire de la cryptozoologie, in "Criptozoologia", 3 (1997), p.19.
[35] Cit. in HEUVELMANS, On the Tracks of Unknown Animals, cit., p.11.
[36] Wörterbuch der Deutschen Sprachen [...] Von Dr. Daniel Sanders [...], Zweite Band, Zweite Hälfte, Leipzig, Verlag von Otto Wigand, 1865, p.1682. "Stollenwürmer" è il plurale di "Stollenwurm".
[37] Meyers Grosses Konversations-Lexikon, vol. 19, Leipzig und Wien, Bibliographisches Institut, 1908, pp.363-364.
[38] LEANDER PETZOLDT, Piccolo dizionario dei dèmoni e degli spiriti elementari, Napoli, Guida, 1995, p.198.
[39] Avevo fatto notare come la serpentana di Amoretti corrisponda alla descrizione del tatzelwurm già in una recensione ad una recente edizione (parziale) del Viaggio di Amoretti (Un viaggio sul lago tra immagini e storia, in "Il Corriere" (Como), 12 dicembre 1997, p.15) e nel mio intervento ad un incontro sugli animali misteriosi (Domaso, 29 agosto 1999 – l’altro relatore era Maurizio Mosca), nel quale avevo già presentato parte dei contenuti di questo articolo.
[40] Il tedesco "Wurm" indica non solo il verme, ma anche il serpente. Cfr MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.67: "Wurm significa, nel linguaggio usato dalla gente delle nostre parti, qualunque animale che striscia".
[41] MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., p.459, dove si trovano altri nomi assegnati a misteriosi rettili montani. Altri ancora in FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, cit., pp.497, 500, 501. Una diversa etimologia di Stoll(en)wurm in TRAFOJER, Der Tatzelwurm auf dem Tschögglberg, in "Der Schlern", 22 (1948), p.251: "besitzt der Wurm jedenfalls eine große Kraft und Geschicklichkeit, sich in die Erde einzugraben (Stollenwurm!)" e in HEUVELMANS, On the Tracks of Unknown Animals, cit., p.10: "Stollerwurm ('tunnel-worm')".
Sepp Oberkopfler narrò di aver visto alla Presanella un animale analogo al tatzelwurm che scoprì essere noto alla gente del luogo che lo chiamava "biscia zampata" (che, peraltro, traduce alla lettera il nome tedesco). SEPP OBERKOFLER, Der Tatzelwurm in Presanellagebiet, in "Der Schlern", 22 (1948), pp.311-312.
[42] E' un dovere ed un piacere ringraziare la Biblioteca Civica di Bolzano, ed in particolare la signora Enza, per la gentilezza e la precisione dimostrata nel fornirmi una copia degli articoli di questa rivista.
[43] KARL MEUSBURGER, Etwas vom Tazzelwurm, in "Der Schlern", 9 (1928), pp.189-190; IVO R. PUTZER VON REIBEGG, In Sache "Tazzelwurm", ivi, pp.287-288; ADA V. D. PLANITZ, Zum "Tazzelwurm", ivi, p.288; K. TH. HOENIGER, Der geheimnisvolle Tatzelwurm, ivi, 10 (1929), p.454.
[44] KARL MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, in "Der Schlern", 12 (1931), pp.458-479; HANS FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, ivi, 13 (1932), pp.497-508; KARL MEUSBURGER, Neue Beitrage zur Tatzelwurmfrage, ivi, 15 (1934), pp.64-85.
[45] JAKOB NICOLUSSI, Der Tatzelwurm und seine Verwandschaft, in "Der Schlern", 14 (1933), pp.119-127. Riassunto delle osservazioni a p.124.
[46] Ivi, p.122.[47] MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.84.
[48] OTTO STEINBÖCK, Der Tatzelwurm und die Wissenschaft, in "Der Schlern", 15 (1934), pp.453-468.
[49] Ivi, p.464.[50] Ivi, p.467.
[51] Poco prima dell'articolo di Steinböck era stato pubblicato il contributo di AMBROS TRAFOJER, Wolf, Bär und Tatzelwurm auf dem Tschögglberg, in "Der Schlern", 15 (1934), pp.126-127. In seguito apparvero: ID., Der Tatzelwurm auf dem Tschögglberg, ivi, 22 (1948), pp.250-252; SEPP OBERKOFLER, Der Tatzelwurm in Presanellagebiet, ivi, pp.311-312; AMBROS TRAFOJER, Man weiß jetzt auch, war es frißt - der Tatzelwurm, ivi, 27 (1953), p.132; ANTON KOEGEL, Der Tatzelwurm - eine Möglichkeit?, ivi, pp.453-454; AMBROS TRAFOJER, Noch ein Augenzeuge für die Existenz des Tatzelwurms, ivi, 43 (1969), pp.235-236; ALFRED GRUBER, Der Tatzelwurm in Eppan, ivi, 45 (1971), p.77.
[52] WILLY LEY, Dall'unicorno al mostro di Loch Ness, Milano, Bompiani, 1951, pp.202-208.
[53] ELSA MÜLLER, Minacce a una scienziata tedesca che cerca il “Drago delle Alpi”, in "La Notte", 2 settembre 1971, p.3.
[54] FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, cit., p.506.
[55] MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., pp.468, 476, 476-477. Un documentato resoconto sull'olgoi horhoi è offerto da Michel Raynal nell'ottimo sito internet Institut Virtuel de Cryptozoologie: MICHEL RAYNAL, Olgoï-khorkhoï, le "ver-intestin" mongol <http://perso.wanadoo.fr/cryptozoo/olgoi.htm>. Secondo questo autore, potrebbe trattarsi di una specie di anfesibena ancora sconosciuta alla scienza. In ogni caso - è lo stesso Raynal a dirlo - l'olgoi horhoi ha ben poco in comune con il tatzelwurm.
[56] MIKE DASH, Al di là dei confini, Milano, Corbaccio, 1999, p.43, che cita BERNARD HEUVELMANS, Tzuchinoko, a tatzelwurm from Japan, in "INFO Journal", n.49, giugno 1986, pp.7-8.
[57] UGO BALDINI, Cetti, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 24, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani, 1980, pp.305-307.
[58] FRANCESCO CETTI, Anfibi e pesci di Sardegna, Sassari, Giuseppe Piattoli, 1777, pp.34-35
[59] Facciamo riferimento alla descrizione dataci da Cetti. Egli stesso annota che un autore sardo, Vidal, attribuiva allo scultone delle ali (ivi, p.35). Cfr anche il Vocabolario sardo-italiano e italiano-sardo, compilato dal canonico Giovanni Spano, Cagliari, Tipografia Nazionale, 1851, p.277, s.v. Iscurtòne: "Animale favoloso della Sardegna [...]. Dicesi che sia rettile venefico che abbia la coda di bronzo, mai veduto da alcuno!"
[60] CETTI, Anfibi e pesci di Sardegna, cit., p.22.[61] Ivi, p.27, n.(a).[62] GIN RACHELI, La Sardegna. Un'isola, un mondo, Milano, Mursia, 1985, p.85.
[63] Indiana Pipps e la valle della memoria perduta, testo di Bepi Vigna e Silvio Camboni, disegni di Silvio Camboni, in "Topolino", n.2203, 17 febbraio 1998, pp.145-176. Lo scultone di queste tavole somiglia ad uno stegosauro ed il suo sguardo ha il potere di cancellare la memoria.
[64] “Tutto Martin Mystère”, nn.34 e 35, febbraio e marzo 1992 (un grazie a Paolo Margaria per il prestito). Il titolo dell’episodio è Il mistero del nuraghe. Lo scultone pare venga creato da una misteriosa entità nascosta nel sottosuolo sardo. In copertina è raffigurato come un grosso sauro con la cresta ed una lunga coda, nelle vignette all'interno è molto simile ad un pelicosauro con la caratteristica "vela" sul dorso). In un sito internet dedicato alle avventure del "detective dell’impossibile" <http:\\www.ubcfumetti.com/mm/34.htm> leggo che nella ristampa (cui faccio riferimento) l’aspetto del rettile nelle pagine interne fu modificato rispetto alla prima edizione.[65] MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., pp.477-478. Cfr anche SILVIO BRUNO, Fantazoologia nella tradizione popolare, in "Annuario Umanesimo della Pietra - Verde" (Martina Franca), n.6, gennaio 1991, p.147 (ringrazio l'autore per avermi inviato l'estratto).
[66] MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., passim. v.a. FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, cit., p.506, 507. Cfr anche PETZOLDT, Piccolo dizionario dei dèmoni e degli spiriti elementari, cit., p.198: "In questa figura sembra che siano fusi i tipici comportamenti delle marmotte e i racconti leggendari di draghi e vermoni".
[67] STEINBÖCK, Der Tatzelwurm und die Wissenschaft, cit., pp.455-456.
[68] CETTI, Anfibi e pesci di Sardegna, cit., p.35.
[69] NICOLUSSI, Der Tatzelwurm und seine Verwandschaft, cit., p.123; cfr FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, cit., pp.505, 507. [70] NICOLUSSI, Der Tatzelwurm und seine Verwandschaft, cit., p.126. [71] KOEGEL, Der Tatzelwurm - eine Möglichkeit?, cit., pp.453-454. Sull'ipotesi che il tatzelwurm sia un anfibio, cfr HEUVELMANS, On the Tracks of Unknown Animals, cit., p.16; JEAN-JACQUES BARLOY, Gli animali misteriosi. Invenzione o realtà?, Roma, Lucarini, 1987, p.177.
[72] BERNARD HEUVELMANS, Le bestiaire insolite de la cryptozoologie ou le catalogue de nos ignorances, in "Criptozoologia", 2 (1996), p.10; cfr anche BARLOY, Gli animali misteriosi, cit., pp.176-177.[73] SCHEUCHZER, Ouresifoites Helveticus, cit., pp.390-391.
[74] FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, cit., p.507; MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.66.[75] MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., pp.467, 470.
[76] MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., pp.80, 83.
[77] STEINBÖCK, Der Tatzelwurm und die Wissenschaft, cit., p.466; cfr anche p.463.
[78] MEUSBURGER, Etwas vom Tatzelwurm, cit., p.473; FLUCHER, Und abermals vom Tatzelwurm, cit., pp.497-498; MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.73.
[79] MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.73.
[80] Ivi, pp.80-81.
[81] Ivi, p.65. A proposito di varani, non mancano voci su avvistamenti di esemplari di dimensioni di gran lunga maggiori di quelle, già notevoli, attribuite loro dai testi di zoologia. Cfr BARLOY, Gli animali misteriosi, cit., pp.102-105. La rassegna di Barloy si conclude con i "buru", sui quali cfr anche Creature leggendarie, sl, Hobby & Work, 1994, p.70; MAURIZIO MOSCA, Mostri dei laghi, Milano, Mursia, 2000, pp.117-118, e, soprattutto, ROY P. MACKAL, Alla ricerca degli animali misteriosi. Introduzione alla criptozoologia, Bologna, Zanichelli, 1986, pp.77-94.
[82] Per Bernard Heuvelmans, "potrebbe essere una foto autentica, ma sembra più la foto di un modello della bestia della figura 1 [quella del manuale del 1836 di cui abbiamo detto] che un animale vivo" (HEUVELMANS, On the Tracks of Unknown Animals, cit., p.17). Per Jean-Jacques Barloy, "l'animale che vi figura non sembra molto naturale, si direbbe di porcellana" (BARLOY, Gli animali misteriosi, cit., p.176)
[83] Rinvenuto lo scheletro di un serpente alato, in "L'Ordine", 18 dicembre 1954, p.IV.
[84] GIANNI MONGRANDI, Quel misterioso rettile, lungo 70 cm., che sta terrorizzando l'intera Ossola, in "Il Quotidiano", 4 ottobre 1991, p.8. Cfr anche PAOLO BOLOGNA, Ossa misteriose tra i monti, in "La Stampa", 1 luglio 1992, p.38, e ID., Scheletri di misteriosi animali preistorici, in "La Stampa", 4 luglio 1992, p.37. Ringrazio Umberto Cordier, che ha segnalato il caso nella sua Guida ai luoghi misteriosi d'Italia, cit., pp.34-35, per avermi inviato copia dei tre articoli citati (sul primo dei quali ha annotato: "analogo articolo il giorno successivo").
[85] KONRAD KLEMMER, I lacertidi, in Vita degli animali, [a cura di Bernhard] Grzimek, Milano, Bramante, 1974, p.329.
[86] METELLO VENE', Il gigante ritrovato, in "Airone", n.223, novembre 1999, pp.122-129.
[87] GABRIELE ANTONIOLI - REMO BRACCHI, Dizionario etimologico grosino, Grosio, Biblioteca Comunale e Museo del Costume, 1995, pp.898, 720. Cfr a. CLAUDIA PATOCCHI – FABIO PUSTERLA, Cultura e linguaggio della Valle Intelvi, Senna Comasco, La Comasina, 1983, p.298: a Pellio Inferiore il tetavàch è il succiacapre.
[88] GESNERI Historiae Animalium Liber II., cit., pp.289, 290.
[89] DUCCIO CANESTRINI, La salamandra, Milano, Rizzoli, 1985, p.88.
[90] FRANCESCO CETTI, Gli uccelli di Sardegna, Sassari, Giuseppe Piattoli, 1776, pp.238-240.
[91] Serpenti moltrasini, cit.
[92] FRANCES PITT, Hedgehogs, in "Country Life", 23 gennaio 1909, p.136. Cfr anche le lettere dei lettori, ivi, 30 gennaio 1909, p.179.
[93] Una mucca munta da maiali, in "L'Ordine", 10 giugno 1939, p.5.
[94] BRUNO, Fantazoologia nella tradizione popolare, cit., p.141.
[95] AURELIO GAROBBIO, Montagne e valli incantate, Rocca San Casciano, Cappelli, 1963, p.113.
[96] GAROBBIO, Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni, cit., p.240
[97] PAOLO EMILIO SALA, Storie e leggende tornasche e lariane, Como, Edizioni della Famiglia Comasca, 1999, p.277, n.2.
[98] Il bestiario di Cambridge, Parma – Milano, Franco Maria Ricci, 1974, p.207. Cfr anche ETTORE TIBALDI, Introduzione alla zoologia fantastica, Milano, Editiemme, 1980, p.66.
[99] LEONARDO DA VINCI, Scritti letterari, a cura di Augusto Marinoni, Milano, Rizzoli, 1974, p.108.
[100] Serpenti moltrasini, cit. Cristina Piazzoli mi riferisce che lo si racconta anche a Pigra.
[101] SIMPSON, British dragons, cit., p.44.
[102] Parto e maternità nel Veneto all'inizio del secolo, a cura di Tiziana Casagrande, Bassano del Grappa, Ghedina & Tassotti, 1994, pp.116-117. Cfr JAN HAROLD BRUNVAND, Sarà vero? Leggende metropolitane di tutto il mondo, Milano, Pan, 2001, pp.234-235.
[103] SALA, Storie e leggende tornasche e lariane, cit., p.277, n.2.
[104] LUIGI MONTI, La “bisa squiléra”, in "dialogo" (Olgiate Comasco), n.15, maggio 1978, p.24.
[105] Raccolto e riferitomi da Agata Turchetti. Già presentato in Serpenti moltrasini, cit.
[106] SIMPSON, British dragons, cit., p.36.
[107] MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.71.
[108] SIMPSON, British dragons, cit., p.44.
[109] OLAO MAGNO, Historia delle genti et della natura delle cose settentrionali, Venezia, Giunti, 1565, c. 277v. Una più recente traduzione (ma solo parziale) è OLAO MAGNO, Storia dei popoli settentrionali, Milano, Rizzoli, 2001 (la citazione è tratta da quest'ultima edizione, p.348).
[110] Serpenti moltrasini, cit.
[111] Una famiglia invasa dalle vipere. Oltre 200 uccise, in "L'Ordine", 13 ottobre 1909, p.2.
[112] SCHEUCHZER, Ouresifoites Helveticus, cit., p.379.
[113] BOSSI, Dei basilischi, dragoni, ed altri animali creduti favolosi, cit., p.94.
[114] SIMPSON, British dragons, cit., pp.141, 39, 137, 138.
[115] Ivi, pp.59-60.[116] Zmeja (russo): serpente.
[117] FRANCESCO REDI, Esperienze intorno alla generazione degl'insetti fatte dal signor Francesco Redi, e da lui scritte in una lettera al signor Carlo Dati, in ID., Opere, vol. III, Milano, Società Tipografica de' Classici Italiani, 1810, pp.54-55.
[118] UMBERTO CORDIER, Guida ai draghi e mostri in Italia, Milano, SugarCo, 1986, p.167. Sul bis, v.a. BRUNO, Fantazoologia nella tradizione popolare, cit., p.132.
[119] SIMPSON, British dragons, cit., p.67.[120] Ivi, p.98.[121] MEUSBURGER, Neue Beiträge zur Tatzelwurmfrage, cit., p.69.[122] SIMPSON, British dragons, cit., pp.78-79. Cfr anche ivi, pp.70, 84.
[123] GAROBBIO, AlPrealpi. Mito e realtà, [vol. 1], cit., p.193; CORDIER, Guida ai draghi e mostri in Italia, cit., p.166.
[124] AURELIO GAROBBIO, Alpi e Prealpi. Mito e realtà, [vol. 4], Bologna, Alfa, 1975, p.90.

10 GIUGNO 2005