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Biblioteca di
moltrasio

STUDI DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI MOLTRASIO2 (2002), pp.4-21
Giorgio Castiglioni
SULLE TRACCE DEL SERPENTE CON LE ZAMPE
LA "SERPENTANA" DI
CARLO AMORETTI
In una prefazione alla quarta
edizione (1814) del suo Viaggio da Milano ai tre laghi, Carlo
Amoretti scriveva che aveva preferito pubblicare il suo libro in tirature
limitate "per avere di tempo in tempo occasione di supplire ai difetti
delle edizioni precedenti, emendare gli errori, aggiungere le acquistate
notizie [...]" in nuove edizioni.Una
novità di questa quarta edizione erano le notizie su un misterioso animale
di cui Amoretti aveva sentito parlare.Si è creduta sin qui favolosa
l'esistenza e la storia di lucertoni alpigiani, lunghi due e più metri,
benché descrittici e disegnatici da vari autori, e specialmente dallo
Scheutzero. Ma alcune ricerche da me ultimamente fatte m'hanno
dimostrato che sì fatti animali, della specie degl'Iguani, esistono
tuttavia ne' nostri monti, ove non di rado sono uccisi o gravemente
feriti; e rare ne sono le spoglie, perché essendo essi riputati velenosi
con lo sguardo, coll'alito e col puzzo, nessuno osa toccarli, e si
lasciano in preda agli animali carnivori e agl'insetti entro i burroni e
le grotte, nelle quali per vecchiaia o per ferite muoiono. Questi
lucertoni vengono a deporre le uova nell'arena presso i laghi nel maggio.
Essi sono innocui, se non che furtivamente succhiano le vacche; e
potrebbono qui, come gl'Iguani in America, somministrare un ottimo cibo.
L'interesse di Amoretti per i "lucertoni" dei monti appare anche in una
lettera del 1815 nella quale scriveva:
Ci destammo al mattino del giorno 11, e fatta colazione, giacché avevamo
destinato di non allontanarci, con due soli barcaiuoli ci avviamo a
Bellagio. Cammin facendo parlammo con essi del serpente che succhia le
vacche. Essi per molti racconti di persone degne di fede, sen mostrano
persuasissimi, chiamandolo Serpentana,
a cui ora due piedi attribuiscono ed ora quattro: e poiché io avea
promesso, e promisi pur loro, un Luigi se vivo o morto il portavano al
mentovato Fattore Laveno, mi faceva sperare che nel seguente anno l'avrei.
Tornando al testo del Viaggio, un'altra notizia sul misterioso
rettile era segnalata per una località svizzera:
Presso Ronco, v'è un paesuccio, detto Moscia, ove fu ucciso un Iguano, o
sia un enorme lucertone, nel maggio del 1811 dal sig. Priore Berni d'Ascona.
Di quest'animale riparlerò alla fine del Capo XVIII.
LA
"TETTA-VACC" DI GEORG LEONHARDI
Qualche decennio dopo le ricerche di
Amoretti sul "serpente che succhia le vacche", lo svizzero Georg Leonhardi
riportò in un suo libro ciò che in Alto Lago si diceva a proposito di un
animale chiamato "tetta-vacc", la cui descrizione coincide con quella
della "serpentana" dell'autore del Viaggio da Milano ai tre laghi.
I
Garzenati raccontano diverse storie di lucertoloni lunghi fino a 7 piedi,
il cui sguardo e alito sarebbero velenosi. Questi scendono dalla montagna
alla riva del lago a deporvi le uova, vanno quatto quatto nelle stalle a
succhiare le vacche (perciò sono chiamati tetta-vacc), ecc. Una bestia di
questo genere fu ancora veduta a Garzeno nel 1849. Due donne ne videro una
anche a Rezzonico, grossa come un capretto. V'ha evidentemente alcunché di
mitico in questi animali.
STRANI RETTILI
LARIANI
Di Amoretti e dei suoi
lucertoloni si ricordò l'autore di un articolo sulle credenze popolari
della Vallassina pubblicato dal quotidiano comasco "L'Ordine" nel 1970:
Vecchi contadini dei nostri paesi, ancor oggi affermano e giurano con
grande sicurezza che mentre si son trovati un tempo nei campi a tagliare
l'erba, hanno visto improvvisamente davanti degli orribili serpenti, con
cresta, due teste o due code.
In effetti verso il 1800 lo studioso Amoretti, compiendo delle ricerche
scientifiche nella zona è giunto alla conclusione che esistevano allora
sui nostri monti animali della specie degli iguana. Qualcosa di vero in
effetti avrebbe potuto esserci e ciò è dimostrato dal fatto che un
esemplare di una specie affina [sic] alla sopra citata è stato ucciso nel
1942 in provincia di Reggio Emilia. Da notare che un rettile simile era
ritenuto inesistente in Europa e misurava m. 1,25 di lunghezza e cm. 12 di
circonferenza; presentava una testa simile ai viperidi, non velenoso di
età ultra centenaria.
Una notizia su uno strano rettile trovato nel territorio lariano era stata
pubblicata sullo stesso giornale agli inizi del secolo. Al resoconto del
morso di una vipera (fortunatamente senza esito letale), si aggiungevano
queste righe: "In fatto di rettili poi mi piace notare come l'altro giorno
sui monti di Lezzeno ne venne ucciso uno veramente mostruoso del peso
accertato di tre chilogrammi, che, per la sua forma più che strana, non si
saprebbe a quale specie ascrivere".
E' un peccato che, di un animale così particolare, non sia stata data
almeno una descrizione approssimativa.
I lucertoloni di Amoretti e Leonhardi potevano causare malesseri con la
semplice loro presenza (erano, come si è visto, ritenuti "velenosi con lo
sguardo, coll'alito e col puzzo"). Qualcosa di simile avviene anche in due
curiosi episodi che mi sono stati raccontati.
Una donna di Pigra che era andata a raccogliere fieno si sentì ad un
tratto stranamente debole, come se le fossero state sottratte le forze, e
scoprì poi la causa di questa spossatezza: nel suo campàsc (un tipo
di gerla) era entrato un gal basaresc-ch.
A Moltrasio, qualche decennio fa, fu uccisa una sirena.
Il lunghissimo serpente ("teneva via tutta la strada"), poi venduto per
cinque lire ad un farmacista, "fu portato a casa di chi l'aveva preso e
provocò il vomito ai presenti".
LUCERTOLONI E
SERPENTI CON LE ZAMPE
Amoretti e Leonhardi non sono
comunque gli unici, né i primi, ad aver sentito parlare della presenza di
grossi sauri lungo l'arco alpino.
Voci su enormi lucertole erano già state segnalate, peraltro con un certo
scetticismo, nella monumentale opera di Conrad Gesner (XVI secolo):
Io stesso ho sentito dire che in quella regione dell'Italia o Gallia
Cisalpina che chiamano Piemonte si trovano sui monti delle enormi
lucertole, grosse all'incirca come cuccioli di cane, i cui escrementi sono
raccolti dagli abitanti: che però le cose stiano realmente così non lo
affermerò finché non sia testimoniato da persona attendibile.
In un'opera pubblicata nel 1689 "ove fra molte favole si possono ripescare
ottime notizie", Janez Vajkard Valvasor (o Johann Weichard Valvasor, se si
preferisce la versione tedesca del nome a quella slovena), scriveva "che
poco lungi dal castello di Stroblhoff (a due miglia italiane da Lubiana e
all'occidente di questa città) avvi entro la selva una freddissima acqua
sorgente ove a ricordo d'uomini furono veduti grandi serpenti con quattro
zampe".
In questo caso, il naturalista Giovanni Battista Brocchi, che citò questo
passo nelle sue Osservazioni naturali sulle spelonche di Adelberg in
Carniola, ritenne di poter identificare il serpente con le zampe con
un animale esistente e conosciuto dalla scienza, il proteo (Proteus
anguinus):
Tale appunto è la sembianza del proteo contraddistinto perciò dai
naturalisti con l'epiteto di anguino;
che se facesse ostacolo l'epiteto di grandi apposto a quegli
animali deesi considerare che il Valvasor, uomo esso stesso inclinato al
mirabile, narrava un fatto di molti anni addietro che, come suole
d'ordinario accadere, passando di
bocca in bocca sarà stato senza scrupolo in qualche sua circostanza
esagerato.
Piogge particolarmente abbondanti potevano far uscire l'acqua dalle grotte
sotterranee e, con essa, qualche esemplare di proteo. I contadini vedendo
questi animaletti, rosei e senza occhi visibili, li reputavano cuccioli di
drago da poco partoriti.
Luigi Bossi, in un suo libretto sugli "animali creduti favolosi" ricorda
come Cardano scrisse che "un Ciarlatano avea un serpente trovato fra le
rovine di una Casa diroccata in Milano, e che questo avea il capo grosso
quanto un uovo, e lo indica per un Basilisco, se non che gli attribuisce
due piedi, e gambe brevissime, e dice, ch’egli ne ritenne presso di se la
bocca, forse le mascelle armate di denti".
Amoretti, come si è visto sopra, citava lo "Scheutzero", ovvero Johann
Jakob Scheuchzer (1672 - 1733), naturalista di Zurigo, oggi noto
soprattutto per uno dei più famosi svarioni della storia della
paleontologia, l'aver attribuito, cioè, ad un "uomo testimone del diluvio"
(universale) uno scheletro che in realtà apparteneva, come fece notare
Cuvier, ad una grossa salamandra preistorica.
In un suo libro pubblicato a Leida nel 1723, Scheuchzer aveva delineato
una storia dei draghi svizzeri.
I "draghi" descritti sono alquanto diversi tra loro. Possono avere quattro
zampe o solo due, o non averne affatto, possono o meno avere le ali, e
così via. Al termine della sua rassegna, lo stesso Scheuchzer afferma che
"non sono tutti di un'unica specie".
Qualche somiglianza con la "serpentana" di Amoretti può essere
rintracciata nella bestia che un tale Johann Bueler disse di aver visto,
di grandi dimensioni e dotata di quattro zampe non molto lunghe o in
quella seguente che, secondo la testimonianza di un certo Kaspar Gilg, era
lunga quattro piedi ed aveva quattro zampe lunghe all'incirca due dita. Di
queste due creature (e di altri nove "draghi") il libro di Scheuchzer
offre anche un'illustrazione.
Qualche pagina dopo, l'autore annotava che, secondo quello che riferiva il
pastore protestante Heinrich Tschudi, nel pascolo alpino di Rossmalt,
presso Glarona, viveva un genere di grosse lucertole (Lacertarum
quoddam genus magnum). Di questi lucertoloni sarebbero anche state
studiate alcune ossa da un tale Steinmüller. Non ci viene detto altro
sull'aspetto di questi animali, ma il caso è forse il più interessante tra
quelli riportati da Scheuchzer perché non si tratta dell'avvistamento di
una singola bestia fuori dal comune, ma della presunta esistenza di una
specie.
IL TATZELWURM
Una tavoletta commemorativa ricorda che, nel 1779, un tale Hans Fuchs,
di Unken, morì di paura per essere stato inseguito da due "Springwürmer".
Tali animali sono raffigurati come grossi lucertoloni.
Lorenz Hübner, in un'opera pubblicata nel 1796, riferiva che gli abitanti
dei monti nella zona di Salisburgo parlavano di grossi lucertoloni con
quattro corte zampette reputati velenosi e chiamati Birgstutzen.
In un manuale del 1836 si trovava anche un disegno dell'animale,
rassomigliante ad una pigna con muso, dentini
aguzzi, corte zampette anteriori e posteriori, e chiamato "Bergstutz o
Stollwurm".
Nel 1841, l'almanacco svizzero "Alpenrosen" pubblicò il disegno di uno
Stollenwurm. L'animale è raffigurato come un serpente grassoccio con
una testa molto corta dietro la quale spuntano un paio di zampette
(mancano, invece, le zampe posteriori).
Friedrich von Tschudi descriveva lo Stollenwurm come un animale
"grasso, lungo da 30 a 90 centimetri e ha due zampe corte; compare quando
si avvicina un temporale dopo un lungo periodo secco".
Basandosi su quanto scritto da Tschudi, da J.G. Kohl (1841) e da J.J.
Reithard (1853), un dizionario tedesco dell'Ottocento lo inseriva tra le
sue voci:
Stollenwurm (svizzero) E' credenza diffusa che esistano Stollenwürmer,
ovvero grossi serpenti (Schlangen) lunghi da 3 a 6 piedi e con zampe corte
da 2 pollici.
Anche il prestigioso Meyers Grosses Konversations-Lexikon accolse
il lucertolone alpino nelle sue pagine. Lo troviamo alla voce "Tazzelwurm",
cui sono affiancati, come sinonimi, "Stollwurm" e "Bergstutz":
Tazzelwurm (Stollwurm, Bergstutz), un rettile leggendario, lungo
due metri, molto grosso, tozzo dietro, grigio, velenoso, con due zampe
anteriori molto corte e due orecchie appuntite; secondo le credenze
popolari vive nelle Alpi bavaresi, nell'Oberland bernese e nello Jura
svizzero.
Leander Petzoldt, facendo riferimento
agli articoli scritti da Doblhoff tra la fine del XIX e l'inizio del XX
secolo, ci offre questa descrizione:
Tatzelwurm (m., Beiβwurm, Bergstutzen, Stollenwurm). Animale mitico
con due piedi corti e quasi invisibili, una grande testa, lunga quasi
mezzo metro, e il corpo di un sauro. Si solleva sui due moncherini per
emettere il suo soffio velenoso e poi corre via come una saetta. Ha uno
sguardo pungente e lancia fischi acuti. [...]
E' con il nome di "Tatzelwurm" che il
nostro lucertolone è generalmente oggi indicato dai criptozoologi (ovvero
gli studiosi di animali misteriosi).
"Tatzelwurm" (con la variante ortografica "Tazzelwurm") vuol dire
"serpente con le zampe".
Identico significato ha "Stollwurm" (con la variante svizzera "Stollenwurm"),
mentre "Bergstutz" (variante: "Birgstutz") allude all'habitat montano del
leggendario animale ed alla sua coda tozza.
Tra il 1931 ed il 1934 la rivista "Der Schlern",
che già nel 1928 e nel 1929 aveva ospitato alcuni brevi interventi
sull'argomento,
pubblicò tre articoli, due firmati da Karl Meusburger, l'altro da Hans
Flucher, in cui si elencavano 85 avvistamenti che potevano (almeno secondo
gli autori) essere avvicinati al tatzelwurm, quasi tutti nella zona
compresa tra Alto Adige, Svizzera tedesca, Austria e Baviera.
Jakob Nicolussi scompose i 65 avvistamenti elencati nei primi due articoli
(il terzo non era ancora stato pubblicato) in singole caratteristiche
(muso, coda, denti, lunghezza totale, etc.) e scegliendo le indicazioni
più frequenti per ognuna di esse costruì un identikit del tatzelwurm, che
risulta così descritto come un grosso sauro velenoso, con testa larga,
coda tozza, zampette corte, ampia bocca, corpo ricoperto di scaglie.
Per quanto riguarda il numero delle zampe, più della metà dei casi presi
in esame ne attribuiscono solo due, ma per Nicolussi ciò è dovuto al fatto
che l'altro paio non è stato visto: "il tatzelwurm ha senza dubbio quattro
zampe".
Va comunque osservato che tra alcune delle descrizioni raccolte nelle
pagine dello "Schlern" vi sono differenze tali che è lecito chiedersi se
possano concorrere a definire le caratteristiche di un unico animale.
Meusburger dovette riconoscere che, se si accettavano le diverse
testimonianze, bisognava pensare che esistessero almeno tre specie
differenti di animali sconosciuti.
Per Otto Steinböck, che pubblicò sulla stessa rivista un articolo del
tutto scettico sull'esistenza del misterioso animale alpino,
anche scartando alcuni casi troppo assurdi, si sarebbero dovute contare
almeno cinque nuove specie.
La conclusione di Steinböck, del resto, era perentoria: "non esiste nessun
tatzelwurm".
Con questa affermazione "Der Schlern" dichiarava di voler porre fine alla
discussione sul leggendario animale, anche se, in realtà, a distanza di
qualche anno, tornò ad offrire le sue pagine ai sostenitori della sua
esistenza.
Willy Ley, in un libro tradotto in italiano col titolo Dall'unicorno al
mostro di Loch Ness, si occupava anche del tatzelwurm rifacendosi in
particolare a Nicolussi. Leggiamo nel libro di Ley: "Sulle zampe [...] le
opinioni sono discordi: tutti affermano che sono corte e piccole, ma
alcuni asseriscono che l'animale manca delle zampe posteriori" e più sotto
"l'animale è velenosissimo, così velenoso che il solo suo alito può
uccidere".
Nel settembre del 1971, "La Notte" riferì una vicenda che coinvolgeva il
"drago delle Alpi", così descritto: "Secondo le testimonianze, si
tratterebbe di un animale lungo una settantina di centimetri, grosso circa
quanto un braccio, con gli occhi grandi, la testa arrotondata e le
orecchie piccole e rotonde: avrebbe due zampe piuttosto robuste (due sole)
[...]". Una certa dottoressa Alice Hoose sosteneva che "nella pietraia sul
Renon ne esiste una colonia di varie dozzine di individui". Tali animali
"sono predatori, mangiano topi e lucertole e ramarri" e sono "per giunta
dotati di una ghiandola velenosa che doveva paralizzare le bestie da loro
catturate". La studiosa aveva installato degli apparecchi fotografici nei
luoghi frequentati da queste bestie in modo da ottenere una prova della
loro esistenza. Ma a questo punto, secondo la ricostruzione del
quotidiano, emerge un evento inquietante: la Hoose viene infatti
minacciata da tre uomini del luogo: "Attenta, se continua a fare ricerche
su questo animale, farà una brutta fine". Dalle parole si passa ai fatti:
alla donna viene rubata l'attrezzatura.
Gli avvistamenti riportati negli articoli pubblicati da "Der Schlern"
provengono quasi tutti dalla zona tra Trentino Alto Adige, Austria,
Baviera e Svizzera. Flucher descrisse solo casi relativi a tale area, ma
aggiunse che c'erano
stati avvistamenti anche nella Germania centrale, nei Sudeti e in Bosnia.
Meusburger citò tre esempi esterni a questa zona. Le descrizioni offerte
di un animale visto nel Caucaso e dello "smuch" del Banato (da notare,
comunque, che all'animale è dato un nome suo, anzi più di uno, perché,
secondo l'articolo, sarebbe conosciuto anche con il nome tedesco "Heuwurm"
o con i più generici "Riesenschlange" e "Lindwurm") sono però troppo
sommarie per permetterci di accostarli al tatzelwurm (lo stesso vale,
peraltro, anche per parecchi dei suoi esempi "alpini"). Situato in un
luogo ancor più remoto è il caso tratto dal celebre paleontologo Roy
Chapman Andrews che in Mongolia sentì parlare del temibile "Allergohai-Horhai"
(ovvero l'"olgoi horhoi", il "verme intestino"), protagonista anche di un
racconto di Ivan Efremov. In questo caso abbiamo qualche cenno in più,
sufficiente, peraltro, a mostrare che il pericolosissimo presunto abitante
del sottosuolo mongolo non ha nulla a che vedere con l'animale di cui
trattiamo.
Restando in Asia orientale, è stato anche proposto un parallelo tra il
tatzelwurm ed "un serpente giapponese altrettanto misterioso, noto con il
nome di tzuchinoko, la cui presenza è stata segnalata nelle regioni
montuose di tutte le principali isole giapponesi, oltre che della Corea,
fin dal secolo XIII". In comune, i due avrebbero "occhi grandi, grosse
squame e un'incredibile abilità nel salto; esistono comunque alcune
differenze nella descrizione, in particolare l'assenza delle zampe nel
caso del mostro giapponese".
Anche in questo caso la somiglianza non sembra eccessiva e si potrebbe
osservare che non è maggiore di quella con alcuni rettili esistenti.
Notevoli sono, invece, le somiglianze che possiamo trovare tra il "lucertone"
alpino ed un leggendario rettile della Sardegna.
LO SCULTONE
A farci da guida è Francesco
Cetti (1726-1778), naturalista di famiglia comasca, docente di matematica
e filosofia naturale all'università di Sassari ed autore di una storia
naturale della Sardegna in tre volumetti pubblicati tra il 1774 ed il 1777.
Nell'ultimo di questi, dedicato agli "anfibi" (termine cui Cetti dà un
significato molto vasto) ed ai pesci, compare, ai confini tra la zoologia
e la leggenda, lo "scultone":
Non vi è quasi in Sardegna chi non abbia udito parlare dello Scultone,
e nol tema mortalmente. Un animale grosso talora come la metà del braccio
è lo scultone, lungo due spanne, con corta ma grossissima coda,
ricoperto di scaglie, colorito di fosco, fornito di quattro gambe, e di
grandissimi mostacci, un animale in sostanza simile nella figura al
tiligugu. Non ama esso i luoghi erbosi, né i coltivati; ama i diserti e le
aride rupi, e buon per l'uomo che così ami; altrimenti ben più dannoso
nemico sarebbe esso che non è. Il solo suo sguardo, se previene quello
dell'uomo, basta a far cadere l'uomo morto. Ecco in brieve la descrizione
e la storia dello scultone quali esse corrono per la bocca del
volgo.
Allo scultone, dunque, sono attribuite caratteristiche
che più volte ricorrono nella descrizione dei suoi cugini alpini: la coda
tozza ("corta ma grossissima"), la dimora presso "aride rupi", lo sguardo
letale. Inoltre l'indicazione che lo scultone è "un animale in sostanza
simile nella figura al tiligugu" suggerisce un altro tratto tipico di
tatzelwurm e compagni: le zampette corte. "Tiligugu" è, infatti, il nome
sardo del gongilo (Chalcides ocellatus), un piccolo sauro di cui
Cetti aveva parlato qualche pagina prima annotando come "i piedi e tutto
il restante apparato inserviente al moto progressivo sono piccoli".
Tale osservazione era ribadita in una nota aggiunta dall'autore a
proposito dell'illustrazione di questo animale, nella quale si avvertiva
il lettore che "l'incisore partendosi dalla esattezza del disegno ha
allungato a dismisura le gambe dell'animale; allungamento tanto più
vizioso, che altera l'animale in uno de' suoi principali caratteri, che è
la grandissima brevità delle sue gambe".
Per quanto riguarda il gongilo, "in Sardegna corre sul suo conto una
leggenda secondo la quale il Tiligugu, come qui viene chiamato, resta
sotto terra 10 anni e poi ne esce trasformato in terribile drago villoso e
divoratore".
Lo scultone ha fatto anche un'apparizione anche nei fumetti di Topolino
e di Martin Mystère.
IPOTESI
Qualcuno ha cercato di spiegare
gli avvistamenti del misterioso lucertolone con un animale già noto alla
scienza, ma non riconosciuto dai testimoni. Un'ipotesi avanzata è quella
che il "serpente con le zampe" potesse essere semplicemente un serpente e
che le zampe attribuite fossero quelle, ancora sporgenti dalla bocca, di
una rana o di un rospo che il rettile stava divorando oppure che non si
trattasse in realtà di zampe, ma dei due emipeni di un serpente maschio
(ma, in questo caso, le zampe dovrebbero essere definite posteriori,
mentre, quando il lucertolone è descritto come dotato di due zampe, queste
sono quasi sempre le anteriori).
Un'altra ipotesi è che non si tratti di un rettile, ma di un mammifero, un
mustelide (per esempio, una lontra) o una marmotta, reso, magari,
difficile da riconoscere a causa di una malattia che gli abbia fatto
perdere il pelo. La forma allungata del corpo e le zampette corte di
questi animali ed anche l'abitudine talora attribuita al tatzelwurm di
sollevare verticalmente il corpo e di emettere fischi possono essere
citati a favore di questa ipotesi. Meusburger e Flucher ritengono che in
questo modo si possa dar ragione di molti avvistamenti, anche se, per
loro, altri non possono essere spiegati che ammettendo l'esistenza di un
rettile ancora sconosciuto alla scienza.
Steinböck ritiene invece che l'ipotesi del mammifero possa valere per un
numero non molto elevato di casi, mentre, in genere, l'animale visto, se
un animale era davvero stato visto, doveva essere piuttosto un serpenteFrancesco
Cetti era molto scettico sull'esistenza dello scultone, pur non escludendo
del tutto che alla base delle voci potesse esserci un vero animale:
In quanto a me, non posso parlare, che per altrui relazione; poiché sì
temuto animale non ho potuto vedere mai in persona; e perciò, e ancora
perché tra' sardi medesimi assai più sono quelli, che ne parlano, che non
quelli, i quali il viddero, inclinerei non poco ad avere esso scultone
per un animale favoloso ugualmente che il drago e 'l basilisco; nondimeno
per favoloso non ardisco di tacciarlo, per ragione, che molti asseriscono
pure averlo veduto, e medesimamente ucciso. Potrà pertanto benissimo
succedere in avvenire, che dello scultone si dia una provata
relazione, e che in esso si scuopra alcun lucertolone africano.
Secondo Amoretti, come abbiamo già visto, il suo "lucertone" doveva essere
imparentato con le iguane del continente americano.
Jakob Nicolussi pensava che il tatzelwurm, rettile raro e, anzi, in via di
estinzione,
fosse il cugino europeo degli elodermi (sauri velenosi americani) e
propose dunque il nome scientifico Heloderma europaeus.
In un articolo pubblicato nel 1953 su "Der Schlern", Anton Koegel
sosteneva che le caratteristiche attribuite al tatzelwurm, fatta eccezione
per qualche esagerazione, erano plausibili e che di fatto vi erano rettili
(e anfibi) conosciuti che le possedevano. La presenza delle sole zampe
anteriori (anche se, come abbiamo visto, l'attribuzione di questo
particolare al tatzelwurm non è unanime) si ritrova nell'ofisauro (un
rettile che ha solo gli arti posteriori, peraltro atrofizzati) e nella
Sirena lacertina (un anfibio dotato delle sole zampe anteriori). Il
Brachysaurus rugosus e le tilique hanno una coda tozza. Molti serpenti
ed anche due sauri (Heloderma suspectum e Heloderma horridum)
sono velenosi. Anche anfesibene e scinchi hanno tratti in comune con il
tatzelwurm. Fischi, salti e odori penetranti non sono sconosciuti tra i
rettili. La conclusione di Koegel era dunque che un animale corrispondente
alla descrizione del tatzelwurm poteva realmente esistere. Un'ipotesi
avanzata da Koegel era quella secondo la quale il tatzelwurm avrebbe
potuto essere lo stadio adulto di una specie (evidentemente un anfibio) le
cui larve si sarebbero sviluppate nelle pozze d'acqua delle montagne.
Bernard Heuvelmans riteneva che il misterioso lucertolone andasse
affiancato ad altri sauri senza zampe o con zampette molto corte, come lo
scinco, l'orbettino, l'ofisauro o il chirota.
LE PROVE MATERIALI
Carlo Amoretti, come si è
detto, aveva offerto una ricompensa a chi gli avesse portato una "serpentana"
viva o morta. Non ci risulta però che alcuno abbia riscosso il premio. Si
è già ricordato che Scheuchzer riferiva che ossa dei lucertoloni del
pascolo di Rossmalt erano state rinvenute ed esaminate. In un caso citato
poco prima, però, egli stesso reputava che delle presunte ossa di drago
potessero essere più verosimilmente quelle di un orso.
Anche sostenitori dell’esistenza del tatzelwurm come Meusburger e Flucher
sono consci che la loro tesi incontra un grosso ostacolo, quello della
completa mancanza di prove materiali. Eppure più volte, nei casi da loro
raccolti, la bestia viene uccisa.
Raramente, tuttavia, i protagonisti dei racconti pensano di conservarne,
almeno parzialmente, i resti dell’animale e, quel che più conta, anche in
queste occasioni le prove poi spariscono.
Con le vertebre dorsali e caudali di
uno di questi animali, ucciso nel giugno del 1849, fu fatto un rosario
che, però, andò in seguito perso. Lo scheletro di un tatzelwurm ucciso nel
1781 fu conservato per cinque anni, ma poi fu gettato via.
I denti di un rettile volante (che sembra peraltro avere poca attinenza
con il tatzelwurm) sarebbero stati inseriti nel coperchio di una scatola.
Inutile aggiungerlo, anche questo oggetto fu in seguito buttato. Pure il
corpo di uno strano animale trovato in un blocco di ghiaccio andò poi
perso (l'intera vicenda è comunque ben poco plausibile, come riconosce
anche Meusburger, e la descrizione della bestia ha, anche in questo caso,
poco a che fare con il nostro lucertolone).
Insomma, osservava ironicamente Steinböck, sembrava quasi che i testimoni
si mettessero d'impegno per distruggere ogni prova tangibile delle loro
affermazioni.
Uno scheletro attribuito ad un lucertolone, una volta studiato, si rivelò
essere, invece, di un capriolo.
Un osso trovato presso Merano e che si diceva di un esemplare del
leggendario animale, esaminato, risultò essere piuttosto di pecora o,
forse, di capriolo.
Una notizia decisamente curiosa, riportata da Meusburger, è quella secondo
la quale una farmacia di Merano avrebbe acquistato come materiale di gran
pregio il grasso ricavato da un tatzelwurm.
Ancora Meusburger scrive che nel 1932 i presunti uccisori di un tatzelwurm
ne mostrarono la pelle, ma questa si era rivelata essere di un varano.
Esiste anche una fotografia di un tatzelwurm, scattata da un certo Balkin,
svizzero, nel 1934, ma, vedendola, è davvero difficile prenderla sul serio.
I sostenitori dell'esistenza reale del nostro rettile potrebbero trovare
interessante una notizia del 1954:
Rinvenuto lo scheletro di un serpente alato.
BORGOSESIA, 17.
Due boscaioli che passavano in una valletta nei pressi di Camasco,
piccola frazione di Varallo Sesia, hanno scoperto lo scheletro lungo circa
un metro che doveva essere stato fornito di zampe articolate oppure di
monconi di ali.
Lo scheletro è composto di venticinque
vertebre che recano alla sommità delle escrescenze ossee tali da far
pensare che il rettile avesse sul dorso una specie di cresta.
Inoltre, a breve distanza dalla testa, vi sono lateralmente due ossa
articolate lunghe una ventina di centimetri. La circonferenza del rettile
era presumibilmente di 15-20 centimetri. I resti verranno esaminati oggi
da uno studioso di zoologia. Nella zona, particolare curioso, esiste una
leggenda che narra di un serpente alato che si aggirava sui monti della
Valsesia.
Restando in Piemonte, in tempi più recenti, il signor Giuseppe Costale ha
sostenuto di aver incontrato nei boschi ossolani un misterioso animale,
così descritto in un quotidiano locale: "E' un rettile ma si muove in modo
molto strano zigzagando velocemente. E' lungo settanta centimetri con i
fianchi grigio chiaro e il dorso molto più scuro. Ha occhi umani e il suo
sguardo è molto inquietante". Il giornale pubblicava anche la foto di due
scheletri che sarebbero appartenuti a due esemplari della stessa specie,
raccolti e conservati dallo stesso Costale.
In tema di sauri misteriosi, una
storia interessante viene dalle Canarie ed ha come protagonista la
lucertola di Simony (Gallotia simonyi), lunga sino a 75 centimetri.
Nel 1889, Franz Steindachner descrisse un imponente e massiccio Lacertide
che viveva su un gruppo di isolotti rocciosi (i Roques di Salmor)
prospiciente la punta nordorientale dell’isola di Hierro, la Lucertola di
Simony [...]. Di questa specie giunsero in seguito in Europa solo
sporadiche notizie, sebbene verso la fine del XIX secolo alcuni esemplari
vivi fossero inviati allo zoo di Londra. Nel 1930 uno studioso inglese
esplorò la zona, scoprendovi ancora alcune Lucertole di Simony, mentre
attorno al 1940 un esemplare venne con ogni probabilità allevato da un
abitante di Santa Cruz di Tenerife: da allora non si è più avuta alcuna
segnalazione attendibile.
Nel 1970, le indagini svolte da Konrad Klemmer lo portarono "a concludere
che le Lucertole di Simony si sono ormai estinte", anche se gli abitanti
di Hierro continuavano "a raccontare storie fantastiche attorno a questi
giganteschi “Lagartos”".
Soltanto voci per un animale scomparso? Non ne è convinto Werner Bings
che, nel 1974, va a cercarlo. Trova degli escrementi la cui forma
corrisponde a quella raffigurata su un vecchio testo che parlava del
lucertolone e "finalmente, una sera, il pastore Juan Machìn e suo nipote
Juan Pedro Perez gli portano in albergo una cassa di legno con dentro
[...] el lagarto in carne e ossa".
UNA
PASSIONE PER IL LATTE
Come si è visto, sui monti lariani si attribuiva al misterioso lucertolone
l'abitudine di succhiare il latte alle mucche, da cui il nome dialettale
di tetta-vacc raccolto da Leonhardi.
Il documentatissimo Dizionario etimologico grosino segnala che il
termine "teta-vacch" era adoperato, in zone diverse, per vari animali, tra
i quali il grillotalpa, la cutrettola, il succiacapre, il ramarro e la
salamandra. Secondo lo stesso dizionario, la deformazione dialettale
grosina del nome di quest'ultima in "salamandria" potrebbe essere in
relazione proprio con queste dicerie: l'animaletto succhierebbe il latte
alla "mandria".
Gesner riferiva che in alcune parti della Svizzera si diceva che le
salamandre amavano il latte e, quando riuscivano a succhiare le mammelle
delle mucche distesesi, le danneggiavano al punto che non davano più latte.
Una leggenda del Finistère narra che una salamandra aveva succhiato il
latte dal seno della Madonna addormentata e tale presunto sacrilegio
giustificherebbe l'uccisione degli esemplari di questo innocuo animaletto.
Anche in italiano i nomi dell’uccello chiamato succiacapre o caprimulgo
alludono al suo supposto vezzo di succhiare il latte alle capre. In
realtà, se il volatile si avvicina al bestiame è per nutrirsi degli
insetti da esso attirati. Francesco Cetti osservava che, se fosse vero che
"poppa le capre, [...] eccellente paese sarebbe per il calcabotto [ovvero
il succiacapre] la Sardegna", dove le capre "sono in grandissimo numero".
Questa terra sembrava quindi "acconcissima a verificare se tal talento sia
reale o fittizio". Ma in Gallura, "il regno de' caprai", nessuno aveva mai
sentito nulla del genere: in tale regione "ricchissima di capre e di
calcabotti, è cosa inudita, che il calcabotto poppi le capre". In
compenso, i caprai sardi riferirono al naturalista che "a poppare le capre
ci vengono le lepri", ma, aggiungeva Cetti, "il dicono senza crederlo, né
volerlo far credere".
A Moltrasio, si parla di un serpente chiamato tetavach, che avrebbe
l’abitudine di succhiare il latte alle mucche. C'è chi ricorda di aver
parlato con qualcuno che affermava di aver visto la tetavach con i
propri occhi.
L'autore di un articolo del 1909 riferiva che tra le leggende sui ricci,
la più radicata era quella che succhiassero il latte alle mucche.
In una notizia pubblicata nel 1939, si diceva che una contadina tedesca,
dopo aver scoperto che "durante la sua assenza l'unica mucca di sua
proprietà veniva munta da ignoti ladri", si era appostata nella stalla per
sorprendere i malfattori ed aveva visto due maiali "che si diressero
diffilato alla vacca e presero a succhiare il latte con visibile
soddisfazione".
Silvio Bruno, in un suo contributo sulla Fantazoologia nella tradizione
popolare, non ha dimenticato il serpente detto "Pasturavacche o Serpe
lattara o Lattara":
Ancora oggi moltissime persone giurano di averlo sorpreso mentre
succhia il latte dalle poppe di una mucca dopo essersi attorcigliato alle
gambe posteriori del ruminante per impedirgli di fuggire.
Altre persone sostengono, con patetica
convinzione, che è fortemente attirato dall'odore del latte e che, per
ottenerlo, si rende capace di azioni decisamente ufologiche. […]
Queste curiose dicerie sui serpenti, oggi meno in disuso di altre, sono
tipiche espressioni tradizionali di una cultura agricola […]. Allora le
stalle visitate abitualmente da serpenti per motivi trofici (ricercavano i
topi di cui si nutrivano), riproduttivi (le femmine deponevano le uova
sotto la paglia o il letame) e termici (adulti e giovani svernavano sotto
le stoppie).
Aurelio Garobbio riferisce racconti di "colubri innocui che seguivano
golosi le mucche attirati dall'odore del latte"
e di "serpenti velenosi" che "si attaccavano alle mucche succhiando
avidamente il latte ed avvelenando il sangue. Le povere bestie
intristivano e stecchivano".
"Si dice" ricorda Paolo Emilio Sala "che il colubro (o scurzùn in
dialetto) si attacchi alle mammelle delle mucche al pascolo per succhiarne
il latte".
Già il medievale bestiario di Cambridge raccontava che il boa "si attacca
alle mammelle turgide di latte, e suggendone il liquido uccide gli
animali. Trae quindi il nome proprio da questa devastazione che opera tra
le mandre di buoi".
Leonardo da Vinci scriveva del "boie" che "è gran biscia, la quale con se
medesima s'aggluppa alle gambe della vacca in modo che non si mova, poi la
tetta in modo che quasi la dissezza".
Non solo le mucche, ma anche le donne che allattano attirerebbero serpenti
golosi di latte.
In Galles, sino a '800 inoltrato, era diffusa la credenza che un serpente
che avesse bevuto del latte dal seno di
una donna si sarebbe trasformato in un pericoloso serpente volante.
Nel Veneto dell'inizio del secolo erano "molto diffuse [...] le storie di
serpi e ratti (pantegane) capaci di far rigettare il latte ai
poppanti per berselo avidamente".
Paolo Emilio Sala, nel suo libro su Storie e leggende tornasche e
lariane, accenna alla "bissa squerléra". In una nota, la presenta come
un "mostro creato dalla fantasia popolare e immaginato come una biscia
lunghissima e ghiottissima di latte" che prendeva il suo nome
"probabilmente dal dialettale 'squerla' (= conca o scodella dove si
conserva il latte) alla quale la biscia non temeva di avvicinarsi per bere
con avidità il latte appena munto".
Il leggendario rettile compare anche in un articolo di Luigi Monti per la
rivista olgiatese "Dialogo". In campagna, scrive l’autore, "spesso nelle
vecchie scodelle si mettevano gli avanzi di pane e di latte, e si
lasciavano sull'aia o dietro le stalle ad uso dei cani e dei gatti
domestici. Le donne raccontavano di aver visto (e ciò può succedere
tuttora in campagna) le bisce d'acqua, notoriamente golose di latte,
avvicinarsi alla “squéla” per suggerne il contenuto". Da qui il nome di "bisa
squiléra" attribuito ad un leggendario "rettile di notevoli dimensioni",
secondo alcuni "con una cresta sul capo", che emetteva "sibili spaventosi"
ed aveva uno sguardo ipnotico. L'animale era reputato tanto temibile da
far nascere l'espressione "hu vist la bisa squilera" per dire che si era
passato un gran brutto momento.
Anche a Moltrasio è temuto lo sguardo della bisa squerlera,
ritenuto letale. In questo stesso paese, però, si racconta una storia in
cui il rettile appare sotto una luce migliore. C'erano due fratelli, uno
dei quali si occupava dell'alpe e non dimenticava di lasciare una scodella
di latte per la bisa squerlera, che ricambiava la cortesia
lasciandogli una moneta d’oro. Un giorno, però, fu l'altro a salire
all'alpe e, non sapendo che la biscia era un animale tutt'altro che
nocivo, la ammazzò. "Hai ucciso la mia fortuna!" disse il fratello quando
venne a conoscenza del fatto.
Una storia simile proviene dal Galles. Una fattoria della Vale of Taff era
frequentata da serpenti che bevevano il latte insieme ai bambini. Morto il
proprietario della fattoria, il figlio uccise il re dei serpenti e questi
se ne andarono. La fattoria perse la prosperità di cui aveva sino ad
allora goduto. Nella Vale of Glamorgan (siamo sempre nel Galles), una
ragazza era solita dare del latte ad un serpente con una corona sulla
testa che si presentava da lei quando mungeva le mucche. Ad un certo punto
il serpente non si fece più vedere, ma, per ricompensare la gentilezza
della ragazza, le lasciò un anello d'oro che, messo alle nozze, le garantì
ricchezzaSecondo
una leggenda svizzera, una ragazza povera trovò uno Stollwurm o Tatzelwurm
malato e gli offrì del latte. La bestia si riprese e, per riconoscenza, le
donò la sua corona d'oro.
Persino il terribile drago di Mordiford (Inghilterra), che divorava
bestiame e uomini, era docile con la ragazzina che lo aveva nutrito con il
latte quando era un innocuo cucciolo.
Olao Magno riferiva di "serpenti domestici, considerati come spiriti della
casa nelle più remote plaghe del Nord, che, nutriti con latte di vacca o
di pecora, giocano coi bambini in casa, e spesso si vedono dormire nelle
culle, come fedeli custodi; far loro del male è considerato delitto".
A Moltrasio (ed altrove) "per catturare gli scurzuni, si
mette del latte in bottiglie o damigiane dal collo stretto. Il rettile si
infila all'interno, beve il liquido e, ingrassato, non riesce più ad
uscire".
Un quotidiano del 1909 raccontava che un abitante di Trevano, sospettando
la presenza di un "vivaio di vipere" presso il suo fienile, portò "un
catino di latte ed un momento dopo, fu vista una, poi due vipere, poi
altre sbucar fuori dal muro, e strisciando accostarsi con avidità al
recipiente del latte. [...] Al momento in cui scrivo si
calcolano oltre 200 le vipere di varie dimensioni, uccise dal colono e dai
passanti".
Anche a molti rettili leggendari era attribuita una passione per il latte.
Nel già citato libro di Johann Jakob Scheuchzer troviamo il caso (desunto
dalla storia naturale della Svizzera di Wagner) di un "orrendo serpente"
con la testa simile a quella di un gatto. Prima che la bestia fosse
uccisa, gli abitanti si lamentavano perché trovavano le vacche già munte.
L'inconveniente cessò dopo l'eliminazione del serpentone.
Luigi Bossi ricordava che "Si è creduto qualche volta negli Svizzeri, che
i Draghi arrivassero a succiare il latte delle vacche".
Una canzone popolare sul "Lambton Worm" dice che "He milked a dozen cows".
La leggenda su questa bestia narra che, per calmare la sua furia
devastatrice, gli abitanti gli facevano trovare ogni giorno il latte di
nove mucche. A Lambton Castle c'è un abbeveratoio di pietra che sarebbe
stato usato a questo fine.
Nel 19° secolo, anche a Bamburgh veniva mostrato un abbeveratoio dicendo
che da lì aveva preso le sue razioni di latte, accordategli per gli stessi
motivi, il loro worm.
Amavano il latte anche certi curiosi serpenti di cui scrisse Francesco
Redi:
Or se, come dissi, è menzogna, che le pecchie nascano dalla carne
imputridita de' tori, favola non meno credo che sia, quel che da alcuni si
narra, che nelle parti della Russia e della Podolia si trovi una certa
maniera di serpenti, che si nutriscono di latte, ed hanno il capo, ed il
becco simile all'anitre, e son chiamati zmija,
i quali generano dentro de' loro corpi viventi e partoriscono poi per
bocca, o per meglio dire vomitano ogni anno a poco a poco due sciami di
pecchie almeno, che in lingua del paese dette sono zmijoiocki, e
ritenendo della natura serpentina, s'armano d'un pungiglione velenoso, e
poco men, che mortale. Questo racconto in quelle provincie è tenuto per
cosa certissima, e molti riferiscono d'aver veduti di que' sì fatti
serpenti
l bis, il velenosissimo serpente volante della Val di Sole, nel
Trentino, era ghiotto di latte
e gli stessi gusti avevano i serpenti alati dal fiato velenoso di Aller,
in Inghilterra.
Fiato velenoso e amore per il latte aveva pure il drago di Sexhow
(Inghilterra).
Il Bisamwurm (ovvero il "serpente [che ha odore di] muschio") di
Bressanone si cibava di topi, ma andava anche a bere il latte munto.
La passione per il latte può, però, diventare un punto debole.
Un tale John Smith lasciò una gran quantità di latte a disposizione del
drago che terrorizzava Deerhurst (Inghilterra). Dopo averlo bevuto, il
drago volle farsi un bel riposino al sole e diede così l’occasione a Smith
di staccargli la testa con un’ascia. Anche un altro drago inglese, quello
di Bisterne, fu ucciso usando il latte come esca.
Tornando in Italia, un giovane della casata dei Firmian uccise il
basilisco di Mezzocorona dopo averlo attirato con un secchio di latte
e "la vipera volante - è la più pericolosa - si cattura con il latte"
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